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Il Rinascimento del Saper Fare

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Il Rinascimento del Saper Fare

© Manifesto PromoDexx Identity-Ecoresylia-Earth Europe 7

Manifesto - PromoDexx Identity - Ecoresylia–Earth Europe
L’ultimo cambiamento possibile
P-1
Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare2
1. Introduzione
Viviamo in un tempo in cui la parola più ricorrente è crisi. Crisi finanziaria, occupazionale, distributiva, climatica, energetica, alimentare; crisi del senso, dei valori e, per molti, della democrazia. Di certo, crisi della civitas.
Dobbiamo accettare lo status quo? Dobbiamo pensare, come milioni di persone, che non vi sia nulla da fare o, peggio ancora, che sia meglio delegare a qualcun altro? Non ci accorgiamo che, proprio in quanto esseri umani, è stata la delega a condurci esattamente dove siamo?
Noi pensiamo di sì. Pensiamo che siano state proprio la delega e l’autoesclusione a condurre le comunità al degrado. L’assoluta abdicazione ai propri valori, nella convinzione che la massa diventi legge e che la massificazione ci assolva dalle responsabilità individuali. Nella convinzione che la delega sia assoluta e ci assolva da ogni peccato individuale.
Non possiamo, tuttavia, non rilevare che le strutture e le sovrastrutture stabilite dai delegati non offrano certo all’individuo la possibilità di uscire dal paradigma costruito sulla massificazione, sulla globalizzazione e sulla crescita economica, assunta quale unico punto di riferimento per gli esseri umani, divenuti così terminali di consumo.
Con le nostre idee, potevamo restare fermi? Passivi?
No di certo.
La nostra idea è che l’uomo valga perché ha un’anima. Prendendo in prestito una metafora dell’economista ceco Tomáš Sedláček: "quando a un organismo viene strappata l’anima, ciò che ne resta è uno zombie".
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A questo concetto si ricollega anche il filosofo francese Emmanuel Todd che, approfondendo la questione sociale, definisce, proprio a causa della perdita dei valori strettamente connessi all’anima, le nuove comunità di zombie: gli umani zombie [Nota].
Questa immagine è, per noi, tanto paralizzante quanto vera.
La questione, quindi, non è soltanto connessa al principio di mantenimento del vivente umano, poiché si tratterebbe di una questione meramente biologica, condivisa con gli altri viventi. Residua allora l’unica condizione distintiva: la presenza dell’anima.
La vera distinzione, all’interno di una concezione spirituale dell’uomo, è infatti l’anima: non semplicemente la vita biologica, ma il principio interiore che conferisce all’essere umano coscienza morale, libertà, dignità, responsabilità e apertura verso ciò che trascende la mera sopravvivenza.
E allora, quando il vivente umano viene schedato e classificato come parte della produzione e terminale del consumo, quando non addirittura ridotto a "dato", protocollato e inserito negli algoritmi sociali funzionali alle valutazioni economiche, il concetto stesso di anima viene espunto.
Queste condizioni declassano così il vivente umano a semplice vivente: lo classificano, lo misurano e lo protocollano, privandolo proprio di ciò che lo rende umano.
Per questo abbiamo pensato al Rinascimento del Saper Fare.
Al Rinascimento di quelli che sono i valori della comunità, che partono dalla conoscenza, dal saper fare, dalla fiducia, dall’etica e dalle relazioni.
È il modello della riconoscibilità, dell’adesione e della condivisione, attraverso il quale sarà possibile rigenerare le comunità, l’economia di prossimità e, soprattutto, quelle ruralità da tempo abbandonate.
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Rinascono quindi i presupposti solidi del convivio, della serenità e della trasmissione ereditaria di quei valori oggi affogati nelle risultanze algoritmiche.
Lo facciamo con l’ausilio della tecnologia, che diviene sostegno alla costruzione e veicolo di visibilità comune.
Ci sono enormi responsabilità alle quali non possiamo sottrarci.
I processi in corso sono quelli connessi all’estinzione delle identità culturali autoctone, alla schedatura, alla massificazione, alla globalizzazione e all’algoritmizzazione di tutte le organizzazioni sociali, inclusi i viventi umani.
Proprio contro questi processi dobbiamo costruire un’alternativa a questa "sinfonia hameliana", che sta conducendo le nostre identità e le nostre singolarità nell’oceano del nulla e della nullità individuale.
È una questione di resilienza e di ripristino dei valori che sono per noi di riferimento.
I valori dell’uomo, del Saper Fare e dell’economia di prossimità delle comunità rurali, con particolare attenzione alla biodiversità autoctona e all’attività di ri-generazione, per quanto possibile, di ciò che è stato danneggiato.
Questo è PromoDexx e questo è Ecoresylia–Earth Europe.
Buona lettura.
Nota
[Nota – Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente]
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2. Eravamo Sapiens
La storia ci ha consegnato il nome di Homo sapiens: l'uomo sapiente. Ma il nome coincide davvero con il nostro comportamento? Siamo stati sapienti nei rapporti tra viventi umani? E lo siamo stati nel rapporto tra i viventi umani e la loro casa naturale? Le pagine che seguono cercano di rispondere a queste domande attraverso numeri, dati e calcoli.
La presenza dell’Homo sapiens sul Pianeta
1. L'Homo sapiens è presente sul Pianeta da circa trecentomila anni. Per comprendere quale sia la reale proporzione della sua presenza nella storia della Terra, possiamo ricorrere a un semplice esercizio empirico. Immaginiamo che un miliardo di anni corrisponda a un metro lineare. La storia del nostro Pianeta, stimata in circa 4,54 miliardi di anni, diventerebbe così una linea lunga 4,54 metri.
Ci siete?
Ebbene, noi umani, autodefiniti Sapiens, occupiamo soltanto gli ultimi 0,3 millimetri di quella linea. Sì, hai letto bene: zerovirgolatre millimetri. Anche provando a osservarli, a occhio nudo non riusciresti nemmeno a distinguere 0,3 millimetri.
2. Per moltissimi secoli abbiamo trattato la Casa Naturale con rispetto. Certo, abbiamo combattuto, e questo non ci fa onore; abbiamo costruito ponti, città e navi per solcare i mari, ma non abbiamo mai infranto l’equilibrio naturale rigenerativo. Eravamo parte del tutto e, di certo, la nostra presenza era equilibrata con quella degli altri viventi.
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La scienza e la tecnica prevalsero sul normale fluire del tempo quando, nel XVIII secolo, arrivò la prima “Rivoluzione Industriale”. Qui l’uomo inizia a rincorrere l’industria, ne viene affascinato, quasi stregato, per gli aspetti di solidità che sembra voglia promettere: i salari, le case di periferia e, soprattutto, nessuna connessione con gli esiti delle stagioni, che potevano essere, allora, precari. Gli uomini vennero quindi inseriti nella linea produttiva, associati alle macchine. Ed è qui che l’umano diventa parte centrale e imprescindibile della produzione.
Inizia così l’era delle produzioni verticali: estrazione, trasformazione, commercio, acquisto e scarto. Inizia così l’era dell’estrazione e della rovina della Casa Naturale. Ed è allora che tutto prende una forma meccanica e, purtroppo, anche l’umano non si estranea dalla trasformazione tra il naturale e il meccanico, divenendo parte di quest’ultimo e abituandosi a orari cadenzati ma, soprattutto — ed è la parte più triste — abbandonando quella parte della naturalezza che proviene solo dalla ruralità, dall’artigianato, dalla tradizione, dalle relazioni familiari e dai tempi della natura.
Ed è l’abbandono della ruralità che provocò la ferita più profonda, perché, con l’abbandono della ruralità, si abbandonava anche la natura: impossibile accudirla nelle città verticali. Ed è quella ferita che ha continuato ad allargarsi: quell’abbandono, quelle case che diventano ombra di vita vissuta. Ma su questo ci torneremo, perché questo è ancora parte di noi, di tutti noi.
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3. Possiamo non credere alle storie ma, di certo, non possiamo confutare i numeri. In meno di quattro vite, dal 1750 al 2020, l’esodo delle persone e la stabilizzazione nelle Città Verticali portarono città come Milano da 123.000 abitanti a 3,2 milioni di abitanti; Roma da 157.000 a 4,2 milioni di abitanti; Danzica da 46.000 a 1 milione di abitanti; Cracovia da 51.000 a 1,5 milioni di abitanti; Varsavia da 28.000 a 3,2 milioni di abitanti; Londra da 675.000 a 9,2 milioni di abitanti; Berlino da 113.000 a 5 milioni di abitanti; Amsterdam da 234.000 a 2,5 milioni di abitanti; Parigi da 560.000 a 13 milioni di abitanti; Madrid da 160.000 a 6,5 milioni di abitanti; Barcellona da 50.000 a 5,5 milioni di abitanti. [nota 1]
Una crescita progressiva e talmente intensa da rendere necessaria l’estensione delle aree di prima periferia e di periferia, modificando definitivamente la morfologia delle Città Verticali, con ordini di grandezza che indicano, all’incirca: Milano, oltre 28 volte; Roma, oltre 92; Varsavia, oltre 52; Cracovia, oltre 500; Danzica, oltre 250; Berlino, oltre 70; Vienna, oltre 140; Parigi, oltre 500; Madrid, oltre 120; Barcellona, oltre 23. E, ovviamente, potremmo continuare nell’esposizione per tutte le città europee. [nota 2]
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E ancora, queste estensioni non bastano e si continua a crescere, spesso senza alcun criterio logico. Arriviamo nel XXI secolo e, alla fine del suo primo ventennio, quell’uomo che era riuscito a colloquiare con la Casa Naturale e a esserne accettato era arrivato a costruire un volume di manufatti umani di circa 1.154.000.000.000 di tonnellate, superando, per la prima volta, la biomassa vivente globale, stimata in circa 1.100.000.000.000 di tonnellate. [nota 3]
Continuare a costruire, a prescindere dall’esistenza o meno di sedimi abbandonati. Costruire perché è la crescita economica che deve guidare ogni azione. Autorizzare nuovi manufatti, nuovi suoli occupati, nuova materia estratta, nuova energia impiegata.
Non recupera prima di costruire; non ripara prima di consumare; non riconosce il danno prima di ripeterlo. Questi fatti, inconfutabili e verificabili anche attraverso sopralluoghi nelle Città Verticali, dimostrano oggettivamente quanto il mantra della crescita soverchi il buon senso e la responsabilità verso il Pianeta ospitante.
Dopo questi dati, la domanda non è più se la crescita abbia prodotto conseguenze, ma se il Sapiens sia ancora capace di riconoscere il proprio errore e generare nuove logiche comunitarie, fondate sul recupero di quanto danneggiato, sulla responsabilità verso il Pianeta ospitante e su un rapporto finalmente corretto con ciò che lo precede, lo sostiene e gli sopravviverà.
Oppure, come ci ricorda Epicuro, «è misero, anche se è padrone del mondo, chi non è contento di sé». E, per questo, la domanda risale nuovamente e ci chiediamo se il Sapiens riuscirà mai a essere consapevole di ciò che sta rompendo. Ecco perché serve una nuova visione che sia orizzontale, che sia umana, che sia anima.
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Note in calce al capitolo
[nota 1] I dati demografici sono arrotondati e approssimati. Le stime storiche, riferite indicativamente alla metà del XVIII secolo, si basano su serie di popolazione urbana pre-censuaria; i dati contemporanei fanno riferimento, secondo i casi, a città metropolitane, aree metropolitane, aree urbane funzionali o regioni metropolitane. Il confronto non ha finalità censuaria, ma intende restituire l’ordine di grandezza della crescita urbana e dell’esodo verso le città verticali. Fonti di riferimento: per le stime storiche della popolazione urbana europea, cfr. Historical urban community sizes, raccolta che rimanda a serie e studi di Bairoch, de Vries, Chandler/Fox e Mitchell; per i dati contemporanei, cfr. Eurostat, Population structure – functional urban areas, data code urb_lpopstr; per Londra, Greater London Authority / London Datastore, London’s Population; per Roma e Milano, dati delle rispettive città metropolitane; per Danzica, Cracovia e Varsavia, dati delle rispettive aree metropolitane o agglomerazioni urbane.
[nota 2] I dati relativi all’estensione urbana sono arrotondati e approssimati. Per il XVIII secolo si è assunto, secondo i casi, il perimetro murario, il recinto fiscale, la città storica o il nucleo urbano consolidato più prossimo alla metà del Settecento; per il 2020 si è assunto il perimetro contemporaneo della città intesa come organismo urbano o metropolitano, comprensivo dei suoi quartieri, distretti, municipi, arrondissement, boroughs o aree funzionali. Per Parigi, il confronto non considera il solo Comune amministrativo contemporaneo, ma l’Aire d’attraction de Paris, coerente con il dato demografico di circa 13 milioni di abitanti.Il confronto non ha finalità cartografica o catastale, ma intende restituire l’ordine di grandezza della dilatazione urbana prodotta dalla Rivoluzione Industriale, dalla concentrazione produttiva e dall’esodo verso le città verticali. Fonti di riferimento: per la definizione di Aire d’attraction d’une ville, cfr. INSEE, Aire d’attraction des villes, definita come insieme di comuni costituito da un polo di popolazione e occupazione e da una corona di comuni collegati al polo anche attraverso i flussi casa-lavoro. Per il perimetro contemporaneo di Parigi come organismo metropolitano, cfr. INSEE, Aire d’attraction des villes 2020 de Paris (001): popolazione 2022 pari a 13.239.090 abitanti, superficie pari a 18.940,7 km², densità pari a 699 abitanti/km². Per il criterio generale di costruzione delle aires d’attraction des villes 2020, cfr. INSEE, Base des aires d’attraction des villes 2020, che precisa la costruzione del perimetro in riferimento agli spostamenti domicilio-lavoro rilevati al censimento. Per il dato storico di Parigi tardo-settecentesca, cfr. Demographia, Ville de Paris: Population & Density from 1600, che riporta per il 1784 una popolazione di 660.000 abitanti e una superficie urbana di 34,5 km².
[nota 3] Emily Elhacham, Liad Ben-Uri, Jonathan Grozovski, Yinon M. Bar-On, Ron Milo, “Global human-made mass exceeds all living biomass”, Nature, vol. 588, pp. 442–444, 2020. DOI: 10.1038/s41586-020-3010-5.
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3. Valorizzazione o valutazione
Noi pensiamo di no: non sarà possibile per l'homo oeconomicus cambiare ciò di cui si sazia ogni giorno.
Valuta
Comunemente, le persone fanno delle "valutazioni" e, di certo, non delle valorizzazioni. Ciò che sembra banalmente una questione di carattere lessicale nasconde, in realtà, una struttura paradigmatica. Le persone valutano: danno, quindi, a ciò che vedono, provano e pensano un'accezione economica. Questa "patogenesi sociale" nasce proprio dalla Rivoluzione Industriale, quando tutto doveva essere ricondotto alla capacità produttiva e alla redditività.
Le infrastrutture diventano, quindi, parametro di valore. Anche l'organizzazione sociale diviene parametro di valore. Gli individui iniziano a essere valutati e non valorizzati, cioè a dire che si deve considerare la capacità dell'umano di essere inserito o meno nel processo produttivo e di realizzare o meno reddito. Da qui nascono le fasce sociali, che regolano anche il rapporto tra le amministrazioni e il popolo stesso.
Le società si organizzano e si regolano, quindi, in tre chiare aree funzionali: a) produzione; b) gestione; c) fragili, deboli, improduttivi. Se dovessimo rappresentare queste aree funzionali mediante simboli, avremmo: a) +; b) –; c) –, cioè a dire che la produzione sostiene economicamente la gestione e le fasce fragili, deboli e improduttive.
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L'effetto della concentrazione dell'homo oeconomicus
Se consideriamo come base del "condizionamento sociale" la valuta, tutto assume una forma chiara, che ci consente di analizzare la reale evoluzione o, meglio, la involuzione sociale delle Città Verticali, di seguito Civer, rispetto agli equilibri propri delle ruralità, nelle quali i rapporti tra le persone erano valoriali e di cui parleremo in seguito.
Fermandoci, per ora, all'organizzazione, individuiamo le prime condizioni strutturali e infrastrutturali necessarie a sorreggere il + e, cioè: (1) sedimi industriali; (2) abitazioni per la forza lavoro; (3) strade e piazzali destinati ai collegamenti operativi. L'aumento sconsiderato della produzione economica [nota 1], che, in alcune realtà, ha superato una crescita del 200.000% (+ duecentomila per cento) in meno di quattro vite, ci rende immediatamente consapevoli di quanto fosse determinante seguire il segno +.
Ne parleremo in seguito, ma è già evidente come questa impostazione sociale abbia generato progressivamente una produzione incontrollata di Human Activity Footprint (HAF), che oggi si attesta intorno a 57 gigatonnellate di CO₂ equivalente, comprendendo, quindi, l'insieme dei gas serra.
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Ciò che deve farci riflettere è che i dati attribuiscono alle Civer, che occupano appena lo 0,9% delle terre emerse, circa il 70% dell'HAF, mentre al restante 99,1% delle terre emerse è attribuito, complessivamente, il restante 30%. Le percentuali possono variare in ragione dei diversi enti che effettuano i rilievi, ma l'ordine di grandezza non può che essere confermato [nota 2].
crescita economica e profitto
Le nuove Città Verticali sono organizzate non più sui valori, ma sulla valuta e, quindi, sulle valutazioni: tutto diviene così connesso al "vantaggio economico". Per vantaggio economico non intendiamo il mero risultato contabile di una transazione, ma l'idea che un'azione possa, comunque, produrre utili e profitto. Nelle Città Verticali, tuttavia, è sufficiente che vi sia un vantaggio economico, traducibile anche soltanto nel "minor costo". Tutto, quindi, venne ridotto al vantaggio economico, compreso, e soprattutto, il rapporto con gli umani, che divennero, alla fine, dei "terminali di consumo". Oggi il marketing li chiama "Consumer" e li chiameremo così anche noi, per identificare una classe di umani declassata a mera consumatrice di beni o servizi.
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Ciò che ha depresso l'intero sistema sociale non è stata l'idea del profitto, che a noi appare del tutto legittima quando perseguita dagli imprenditori, ma il fatto che anche le amministrazioni pubbliche abbiano ritenuto che i propri residenti fossero dei terminali di consumo o, meglio, dei Consumer. È un fatto che riteniamo inaccettabile.
Ciò che gli amministratori hanno fatto è stato creare uno scisma tra il valore dei rapporti della comunità, l'etica, il servizio rivolto al buon vivere e alla buona vita delle persone, e la gestione economico-finanziaria, che ha prevalso su ogni cosa, tanto da portarci a creare una connessione con la famosa frase: "Il popolo ha fame? Dategli le brioches!". Anche se erroneamente attribuita a Maria Antonietta, essa rende perfettamente l'idea.
Questa frase rappresenta lo scollamento tra il governo di una comunità e la comunità stessa e, più in profondità, la piena inconsapevolezza delle condizioni nelle quali il popolo vive. Questo sembra suggerire il motivo per cui, ad esempio, non si effettua correttamente la raccolta dei rifiuti, non si provvede alla manutenzione degli immobili popolari, ci si disinteressa dei sedimi abbandonati e di molto altro che possiamo osservare semplicemente viaggiando attraverso queste comunità. Anche la formazione didattica è stata coinvolta in questo processo e, nel corso dei decenni, è stata progressivamente ridotta alla mera partecipazione.
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Noi pensiamo che questa condizione, oggettiva e non soggettiva, non possa proseguire: deve essere profondamente modificata e ricondotta all'essenza dell'uomo, che è, invece, portatrice di valori. L'uomo è costretto alla valuta ma, come vedremo, questa condizione è stata abilmente strutturata affinché numeri, algoritmi ed economia familiare diventino il vincolo permanente del vivere umano; ed è questo vincolo che vogliamo sciogliere.
vincoli strutturali
Nelle Città Verticali, quasi ogni condizione necessaria alla vita è legata a un vincolo economico: l'acqua, l'energia, il gas, il canone di affitto o la rata del mutuo, il costo dell'automobile, lo smaltimento dei rifiuti, le imposte sugli immobili e molto altro ancora. Se osserviamo questa struttura secondo la logica del "vantaggio economico", comprendiamo che la creazione e la moltiplicazione dei vincoli economici consentono anche il controllo delle persone.
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Non si tratta di un controllo esercitato attraverso la forza, al quale gli umani potrebbero, almeno teoricamente, ribellarsi. Si tratta di costrizioni economiche che appaiono separate, perché provengono da player differenti, ma che non sono affatto estranee al governo della comunità. Questi player operano, infatti, attraverso autorizzazioni, concessioni, regolamenti, imposizioni o sistemi riconosciuti dalla pubblica amministrazione e dal governo, inteso a ogni suo livello.
Il controllo appare, quindi, frammentato soltanto nella sua esecuzione, mentre è unitario nella sua architettura. Ogni costo sembra provenire da un soggetto diverso, ma tutti concorrono a produrre una sola e costante tensione: l'ansia del di +. Più denaro, più lavoro, più velocità, più corse, fino a perdersi la vita nel tentativo permanente di riuscire a sostenerla.
Il protrarsi di queste logiche non potrà che aumentare il degrado sino a condurlo al punto di non ritorno. Punto di non ritorno sarà la rivalità sociale; punto di non ritorno sarà la cancellazione delle individualità culturali. Ma tutto questo non avrà più grande importanza perché, nel frattempo, il punto di non ritorno sarà la completa distruzione dell'ecosistema, che non sarà più in grado di accogliere la vita umana. E tutto questo per la trasformazione voluta dall'homo oeconomicus: la sostituzione di una società fondata sul valore con una società fondata sulla valuta.
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Note in calce al capitolo
[nota 1] Vedi tabella, lettera a), in calce al Manifesto.
[nota 2] 57,1 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente: UNEP, Emissions Gap Report 2024, dati 2023; 67-72% delle emissioni attribuibile alle aree urbane: IPCC, AR6, WGIII, capitolo 8, dati 2020; 0,9% delle terre emerse: Banca Mondiale, World Settlement Footprint: oltre 1,28 milioni di km² di insediamenti nel 2015; 1,28 ÷ 149 = 0,86%, arrotondato allo 0,9%.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare17
4. Canalizzazione, industrializzazione, globalizzazione
I canali di distribuzione ed i canali di produzione debbono essere controllati.
Esattamente. Pensate ad un ipermercato, ad un supermercato o, comunque, alla GDO e scoprirete molto presto che questa è pensata per limitare il libero mercato. L’obiettivo è quello di destrutturarlo per arrivare al completo monopolio come modello distributivo ed alla confluenza economica dei ricavi e dei profitti.
Ma facciamo un passo indietro. Negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, la distribuzione di alimenti, abbigliamento, attrezzature e di molto altro ancora avveniva al dettaglio. La vendita al dettaglio consentiva, e consentirebbe ancora oggi, una straordinaria distribuzione orizzontale dei ricavi e dei profitti. Perché diciamo orizzontale? Perché il rapporto venditore-acquirente era pressoché diretto e moltissime imprese locali riuscivano a crearsi un proprio mercato.
Volete un esempio concreto? Visto che in Italia la presenza di locali della ristorazione è molto intensa, pensate a quanti produttori di birra artigianale e locale sono nati ed hanno creato il proprio mercato negli ultimi vent’anni. Sono oltre mille soltanto in Italia, tra microbirrifici e brew pub. Ebbene, questa era parte di una realtà economica diffusa in tutti i settori dell’agroalimentare, dell’abbigliamento, della mobilia, degli accessori di ferramenta e utensileria, della distribuzione di elettrodomestici e di molti altri ancora.
Alla fine degli anni Ottanta iniziò la costruzione degli ipermercati integrati con gallerie commerciali e negozi accessori, sostenuta da autorizzazioni pubbliche che consentivano aperture domenicali ed orari più estesi rispetto a quelli allora concessi al commercio al dettaglio.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare18
La concentrazione distributiva era cominciata. Progressivamente, il dettaglio indipendente venne espulso dal mercato e, con esso, scomparvero attività, mestieri, competenze e professionalità costruite nel corso di generazioni. Gli effetti di questa trasformazione sono stati devastanti ed hanno prodotto una vera desertificazione commerciale e professionale. La crescente forza economica della grande distribuzione organizzata ha poi esercitato una pressione sempre maggiore sulle imprese produttrici. Poiché pochi grandi acquirenti controllano oggi circa l’ottanta per cento dei volumi d’affari della distribuzione nazionale, numerose imprese indipendenti sono state acquistate da gruppi multinazionali. Soltanto disponendo di molteplici brand, infatti, questi gruppi possono contrastare o, quanto meno, riequilibrare le richieste della GDO.
La continua crescita della GDO è stata resa possibile da concessioni pubbliche compiacenti o colluse, che hanno autorizzato la costruzione e la cementificazione di spazi sempre più grandi, spesso sottratti all’agricoltura di prossimità e sostituiti da asfalto e cemento.
Parallelamente, la GDO ha iniziato quello che viene definito “PLCopycat” (private label copycat), cioè quel processo commerciale in forza del quale i prodotti delle imprese indipendenti vengono copiati e messi in vendita con il marchio del distributore, creando una fattispecie evidente di concorrenza sleale, implicitamente imposta dal distributore stesso. Le private label, nel cui ambito si colloca anche il fenomeno del PLCopycat, rappresentano oggi oltre un prodotto su tre di quelli venduti (38,8%). [nota 1]
L’effetto è evidente: i prodotti presenti in un supermercato sono contingentati. Gli spazi sono limitati, gli scaffali sono a numero chiuso e chi resta fuori è, di fatto, escluso dal mercato.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare19
A questa concentrazione si aggiunge ora l’automazione dei punti vendita. Le casse automatiche ne rappresentano soltanto il primo passaggio. Seguiranno l’automazione degli scaffali e dei magazzini, la robotica e l’impiego sempre più esteso dell’intelligenza artificiale. Questa trasformazione non manterrà gli attuali livelli occupazionali. Al contrario, ridurrà progressivamente la forza lavoro necessaria, eliminando ulteriori posti di lavoro e completando la desertificazione delle professionalità già iniziata con la scomparsa del dettaglio indipendente.
Ma non basta. Questi gruppi di distribuzione hanno iniziato ad alterare altri mercati, come, ad esempio, quelli delle assicurazioni, della telefonia e dei viaggi. Insomma, progressivamente, queste strutture hanno il preciso scopo di diventare commercialmente gli unici punti di riferimento dei consumatori in ogni settore della loro vita. Ne sono prova empirica le offerte pubblicizzate e facilmente rinvenibili nei punti vendita.
Ma l’economia verticale non è soltanto distribuzione. È anche produzione, e qui soccorre alla descrizione ciò che il Sapiens ha pensato di realizzare.
Ed è così che l’industrializzazione delle Città Verticali è un fatto non confutato e non confutabile. L’incidenza delle emissioni di CO₂ e l’alterazione della salubrità pubblica sono fatti altrettanto incontestabili.
Lo è l’alterazione dei territori di prossimità delle città, ottenuta distruggendo l’agricoltura e sostituendola con asfalto e cemento, con nuove emissioni di CO₂.
Lo è la costruzione di palazzi-alveare nei quali stipare gli esseri umani, creando condomini replicati all’infinito come ammassi di calcestruzzo e ferro, ancora una volta con emissioni di CO₂.
E poi strutture, infrastrutture e opere realizzate non per continuare a costruire, ma per continuare a distruggere.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare20
Colline verdi, rigogliose di storia bassanese e marosticense, paesaggi di una bellezza mozzafiato, cancellati da milioni di tonnellate di cemento. Una Pedemontana lasciata a peritura memoria della stupidità umana e della privazione imposta a chi verrà dopo di noi, che non potrà mai sapere come fossero quelle colline, se non leggendolo nei libri o osservandone le immagini.
Ed è questo l’uomo nuovo? È questo il Sapiens?
Sì. È questo.
L’arrogante non è abbastanza potente da distruggere la Terra, ma è abbastanza stupido da espellersi da essa. Perché la Terra non è la vittima finale: la vittima è il Sapiens, e il carnefice è lui stesso.
*
Ma poiché di stupidità e di avidità nessuno sembra mai essere morto, e poiché per entrambe non pare esistere misura né limite, oltre alle costruzioni, alle industrie, alla distruzione della natura e alla realizzazione di strutture e infrastrutture destinate a testimoniare un’imperitura stupidità, il nostro Sapiens ha pensato bene che quanto veniva prodotto in loco non fosse abbastanza. Non abbastanza magliette. Non abbastanza scarpe. Non abbastanza vino. Non abbastanza frutta. E allora, perché non avviare anche i trasporti globali e globalizzanti? Perché non inquinare anche i mari? Perché non produrre una maglietta per un dollaro, trasportarla all’altro capo del mondo e rivenderla a cinque?
Ma facciamolo!
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare21
Guardate come salgono gli utili! Guardate come sono felici gli azionisti! Prendiamo tutti esempio dai manager di Conad. Pensate: per dei limoni non sono andati sul Lago di Garda, nemmeno in Puglia e tanto meno in Sicilia. Sono, invece, arrivati in Nord Africa e li hanno trasportati con mobilità fossile; poi li hanno messi in celle refrigerate ad alimentazione fossile; poi hanno pagato, esportando valuta, e infine li hanno venduti sui loro scaffali.
Fantastici, vero?
Non sappiamo quale sia stato il profitto reale, ma di certo hanno sostenuto l’economia nordafricana e, credetemi, se non è una buona azione questa, non so proprio cosa lo sia. Mi rendo conto che possa esserci qualche scettico che non crede a tanto altruismo, ma provate: entrate in un centro e guardate le retine con i limoni, cercate l’etichetta e non potrete sbagliare.
Però non pensate che siano i soli. Io vi ho riportato soltanto un esempio; voi ne troverete molti di più, perché si deve essere altruisti. E tu che acquisti, mi raccomando: non sognarti di sostenere l’economia italiana: acquista africano e, credimi, sarai un consumatore felice.
Sì, è vero, la filiera potrebbe sembrare ecologicamente poco performante, ma non preoccupatevi: brinderemo così tutti sulle ceneri della nostra possibilità di abitare il Pianeta. E sarà certamente magnifico possedere tanto denaro che non basterebbero mille vite per riuscire a spenderlo tutto.
Note in calce al capitolo
[nota 1] Fonte: PLMA/NielsenIQ, Private Label Today 2025, quadro europeo: private label al 38,8% nei 17 mercati europei monitorati, MAT W52 2025.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare22
Allegato lettera a) del Manifesto: comparazione tra crescita demografica e concentrazione economica
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