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Il Rinascimento del Saper Fare

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Il Rinascimento del Saper Fare

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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare1
Eravamo Sapiens
I Manifesti portano con loro delle idee politiche con lo scopo di
condannare e/o contrapporsi allo status-quo, perché ritenuto
inadeguato, nei casi peggiori imbelle ed in quelli infausti
disonesto. Ecco che allora nasce una idea nuova, per un movimento
nuovo, per un futuro nuovo e la norma e prassi vorrebbero che i
follower ambissero ad inseguire, come minimo, una chimera e, per i
più strampalati, una utopia o, per i più in malafede, un
firmamento.
Dimentichiamoci questa prassi inadeguata, stante la certezza che
la politica non trova più dimora in tutte le persone che abbiano
ancora la capacità di pensare con la propria mente e, per questo,
siamo consapevoli che il riporre ancora speranza in un’idea è come
augurarci che il tempo cambi perché semplicemente pensiamo che
debba farlo.
Torniamo a camminare sulla terra reale, quella che si calpesta e
ci parla. Quella che è franca, palese e non ci nasconde nulla
delle sue difficoltà o delle sue felicità quando germoglia un
nuovo vivente. Comprendiamo che noi non siamo diversi: ne siamo
parte e possiamo sfuggire a questo contesto, ma non a quello
successivo, perché la velocità non è mobilità, non è fuga;
cambiamo semplicemente orizzonte, ma non il problema.
Eravamo Sapiens che traspirava di quel sapere che, già allora, si
identificava con le mani che realizzavano e la mente che
costruiva. Eravamo Sapiens in una terra ostile e mastodontica, in
avverse condizioni naturali, ma eravamo Sapiens e, come tali,
uscimmo, esplorammo, realizzammo. Siamo Social, siamo Follower ed
abbiamo perduto le mani che realizzano; la mente è spenta
nell’attesa che qualcosa costruisca. Potrà costruire un futuro
decidendolo algoritmicamente: a noi va bene. Potrà costruire un
futuro uguale per tutti: a noi va bene. Potrà cambiare le nostre
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piazze: a noi va bene. Potrà decidere di inclusione diluente: a
noi va bene. Potrà decidere un monogusto: a noi va bene. Potrà
essere monoestetico: a noi va bene. Potrà tatuarci: a noi va bene.
Potrà essere monopensiero: a noi va bene. Potrà essere neolingua:
a noi va bene. Eravamo Sapiens; ora solo Follower.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare3
In meno di quattro vite
Sono bastate meno di quattro vite per abbruttire il pianeta. Meno
di quattro vite perché Firenze, Milano, Roma, Parigi, Londra,
Cracovia, Varsavia, Danzica, Berlino, Monaco, Barcellona, Madrid e
così continuando passassero da città dove la cultura del pensiero,
della parola, del saper fare, del ministero e delle idee si
diluissero confluendo centri di produzione economica e spasmodica
crescita volta all’economia ed al profitto. Sono bastate meno di
quattro vite perché Milano, da 123.000 abitanti circa, arrivasse
ad oltre (3,2 milioni); Roma, da 157.000, (4.200.000); Danzica,
46.000, (1.000.000); Cracovia, 51.000, (1.500.000); Varsavia,
28.000, (3.200.000); Londra, 675.000, (9.000.000); Berlino,
113.289, (5.000.000); Amsterdam, 234.000, (2.500.000); Parigi,
560.000, (13.000.000); Madrid, 160.000, (6.500.000) e Barcellona,
50.000, (5.500.000). [1].
Contestualmente, le stesse Città di cultura e identità iniziano a
cambiare la loro morfologia urbana e suburbana: inizia la
cementificazione. Calcoli approssimativi risaltano il fatto che
Milano è cresciuta circa 28 volte, Roma circa 92 volte, Varsavia
circa 52 volte, Cracovia circa 500 volte, Danzica circa 250 volte,
Berlino circa 70 volte, Vienna circa 140 volte, Parigi circa 500
volte, Madrid 120 volte e Barcellona circa 23 volte. È utile qui
considerare che queste estensioni, in certuni casi davvero
incredibili. Queste sono cementificazioni verticali che diventano
alveoli per umani, sono industrializzazione e sono strade,
piazzali e logistica con la conseguente impronta antropica enorme.
[2]
La periferia non è soltanto ciò che sta fuori dal centro. È il
luogo a cui il centro assegna il peso delle proprie
trasformazioni: cemento, fabbriche, fumi, traffico, rumore,
scarti, abitazioni compresse, vite allontanate dalla
rappresentazione nobile della città. Con la modernità industriale,
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la periferia diventa il territorio di accumulo delle conseguenze:
ciò che la città produce, ciò che consuma, ciò che inquina, ciò
che espelle. Ma vi è un vulnus ulteriore: le persone finiscono per
essere identificate in ordine al luogo in cui vivono. L’indirizzo
diventa appartenenza, la zona diventa giudizio, la distanza dal
centro diventa misura implicita del valore sociale. Così la
periferia non separa soltanto gli spazi: separa i destini, imprime
etichette, trasforma l’abitare in una condizione riconosciuta
prima ancora della persona.
Si creò, in quel contesto periferico, la protocollazione, la
schedulazione e il controllo delle attività di produzione
economica e della vita delle persone. I Sapiens, gli stessi che
avevano conquistato a piedi il pianeta e che, dopo la conquista,
vivevano in ambienti e comunità orizzontali, nei tempi della
natura, del giorno, della notte e delle stagioni, vivevano nella
natura e con la natura. I Sapiens iniziarono poi a vivere
nell’artificio, dove i tempi diventano turnivori e cannibalizzano
tutto il vivere, il rapporto con la natura stessa e la residualità
che rimane in questi contesti cementificati. Le persone iniziarono
a dover rispettare orari, turni che imponevano i medesimi
spostamenti, tutti intruppati, tutti inquadrati, tutti selezionati
e, come progressivamente è poi accaduto, semplicemente
categorizzati, togliendo loro semplicemente il principio di
umanità. Le persone finiscono quindi per perdere la loro
caratterizzazione sociale come padre, nonno, madre, ecc., ma
diventano “Greatest Generation”, “Silent Generation”, “Baby
Boomers”, “Generation X”, “Millennials”, “Generation Z”,
“Generation Alpha” e “Generation Beta”, quest’ultima riferita ai
nati dal 2025 al 2039. È utile segnalare che anche in questo caso
il marketing effettua una frattura con la logica perché, nel
definire i soggetti della Generation Z, arriva al 2012, mentre per
le seguenti riparte dalla Alpha, impiegando il greco probabilmente
per dare struttura a questa definizione. Delle due l’una: se la Z
indicava lo scorso secolo, non doveva arrivare al 2012 del nuovo,
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mentre, se così non fosse, non si comprenderebbe quale sia il
motivo della ripartenza dalla lettera A. È probabile che non lo
capiremo mai o che la nostra intelligenza sia inadeguata a capire.
Ciò nondimeno, è evidente che le prossime classificazioni
progressivamente considereranno la lettera A come inizio. Comunque
sia, ciò che residua a livello mondiale è il fatto che il Sapiens
è piegato e ridotto semplicemente al proprio dato di nascita, a
prescindere da ogni altra condizione naturale o sociale.
Ciò che non vogliamo omettere è che, proprio dalla fine dello
scorso millennio ed a seguire, il Sapiens diviene Oeconomicus (qui
rispettiamo la logica del latino usato per definire i primordi)
cioè l’individuo destinatario di tutte le iniziative delle nuove
comunità economiche volte alla produzione e al consumo, e su
questa variazione si fonda il declino e probabilmente il destino
del vivente umano.
I fatti e le realtà oggettive rilevabili nel terzo millennio sono
palesi. Sono palesi le cementificazioni, sono palesi le condizioni
territoriali, sono palesi le condizioni umane marginalizzate, sono
palesi le condizioni di salute così come sono palesi le condizioni
della biodiversità territoriale. Non si può quindi non riconoscere
il fatto che queste condizioni palesi siano diretta conseguenza
delle scelte economiche effettuate ed accentuate peraltro nel
corso del XX secolo a seguire.
Ma tutti i sacrifici fatti sono serviti per garantire equità,
uguaglianza, sicurezza economica e maggiore civilizzazione a chi,
avendo abbandonato la vita orizzontale ha cercato dimora nelle
città verticali? Come vedremo, i risultati non sembrano soddisfare
queste aspettative o, quanto meno, tutte queste aspettative. A
nostro avviso, queste aspettative non sono state soddisfatte,
nemmeno in parte e riteniamo ci sia la necessità di una
emancipazione dal paradigma. Sosteniamo che non abbia soddisfatto
le aspettative perché quelle non sono connesse alla sanità,
all’istruzione ma più propriamente a quella solidità e
tranquillità economica che sempre si cerca nella decisione di
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abbandonare la propria terra. Ecco, quelle condizioni economiche a
tacitazione delle aspettative non si sono realizzare se non in
parte e solo in casi limitati.
Il nostro movimento PromoDexx-Identity ed Ecoresylia-Earth Europe
si muovono per emancipare le costrizioni imposte e creare una
proposta per consentire alle persone di cambiare il loro futuro e
la loro condizione.
Note al capitolo
[1] I dati demografici sono arrotondati e approssimati. Le stime storiche, riferite indicativamente alla
metà del XVIII secolo, si basano su serie di popolazione urbana pre-censuaria; i dati contemporanei fanno
riferimento, secondo i casi, a città metropolitane, aree metropolitane, aree urbane funzionali o regioni
metropolitane. Il confronto non ha finalità censuaria, ma intende restituire l’ordine di grandezza della
crescita urbana e dell’esodo verso le città verticali. fonte Fonti di riferimento: per le stime storiche
della popolazione urbana europea, cfr. Historical urban community sizes, raccolta che rimanda a serie e
studi di Bairoch, de Vries, Chandler/Fox e Mitchell; per i dati contemporanei, cfr. Eurostat, Population
structure – functional urban areas, data code urb_lpopstr; per Londra, Greater London Authority / London
Datastore, London’s Population; per Roma e Milano, dati delle rispettive città metropolitane; per Danzica,
Cracovia e Varsavia, dati delle rispettive aree metropolitane o agglomerazioni urbane. …
[2] I dati relativi all’estensione urbana sono arrotondati e approssimati. Per il XVIII secolo si è assunto,
secondo i casi, il perimetro murario, il recinto fiscale, la città storica o il nucleo urbano consolidato
più prossimo alla metà del Settecento; per il 2020 si è assunto il perimetro contemporaneo della città
intesa come organismo urbano o metropolitano, comprensivo dei suoi quartieri, distretti, municipi,
arrondissement, boroughs o aree funzionali. Per Parigi, il confronto non considera il solo Comune
amministrativo contemporaneo, ma l’Aire d’attraction de Paris, coerente con il dato demografico di circa 13
milioni di abitanti. Il confronto non ha finalità cartografica o catastale, ma intende restituire l’ordine
di grandezza della dilatazione urbana prodotta dalla modernità industriale, dalla concentrazione produttiva
e dall’esodo verso le città verticali. Fonti di riferimento - Per la definizione di Aire d’attraction d’une
ville, cfr. INSEE, Aire d’attraction des villes, definita come insieme di comuni costituito da un polo di
popolazione e occupazione e da una corona di comuni collegati al polo anche attraverso i flussi casa-lavoro.
Per il perimetro contemporaneo di Parigi come organismo metropolitano, cfr. INSEE, Aire d’attraction des
villes 2020 de Paris (001): popolazione 2022 pari a 13.239.090 abitanti, superficie pari a 18.940,7 km²,
densità pari a 699 abitanti/km². Per il criterio generale di costruzione delle aires d’attraction des villes
2020, cfr. INSEE, Base des aires d’attraction des villes 2020, che precisa la costruzione del perimetro in
riferimento agli spostamenti domicilio-lavoro rilevati al censimento. Per il dato storico di Parigi
tardo-settecentesca, cfr. Demographia, Ville de Paris: Population & Density from 1600, che riporta per il
1784 una popolazione di 660.000 abitanti e una superficie urbana di 34,5 km².
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Declino
L’organizzazione delle città verticali ha un unico mantra per
poter continuare a vivere: crescere, in pratica il segno +.
L’economia deve crescere. Lo vogliono i politici, lo vogliono gli
economisti, lo vogliono gli azionisti, lo vogliono gli
imprenditori e, di certo, non importa quale ne sia il prezzo né
quali siano i protagonisti di questa crescita.
Se analizziamo le modalità di crescita registrate dal XVIII secolo
e sino alla prima metà del XIX, non possiamo che osservare come la
forza lavoro umana sia stata al centro della crescita economica.
Certo, la tecnologia è progressivamente cresciuta affiancando
sempre più l’uomo, senza tuttavia mai sostituirlo. In questa fase,
come già segnalato, le città verticali trovano il loro fulgore, o
presunto tale. Vero è che a partire dalla Rivoluzione Industriale
i cieli delle città diventano sempre più grigi e l’aria sempre più
ostile.
Nella fase di crescita e di sviluppo aggregante, tutto cresce e
trova il pieno senso della città verticale e dell’aggregazione
umana verticale che, nel frattempo, costruisce anche la
verticalità e la concentrazione economica. Sono questi i tempi in
cui le compagnie avviano una crescita esponenziale e, insieme, un
processo di concentrazione destinato a determinare una
concentrazione economica che, poi, troverà la propria ufficialità
nelle Borse nazionali. Frattanto, le periferie crescono e, anche
grazie alla tecnologia, questa espansione si sviluppa in
verticale. I palazzi diventano sempre più contenitori umani
protocollati. Centinaia di persone si ritrovano nello stesso
stabile e la loro vita diviene regolata e schedulata da orari
artificiali. È tuttavia un lungo periodo nel quale le persone
concorrono alla modernità, si creano aspettative positive,
crescono i consumi, cresce l’istruzione, cresce l’assistenza
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sanitaria e, naturalmente, tutto è connesso con la crescita
dell’economia, che diviene anche termine di valutazione
sociopolitica. Siamo nella prima metà del Novecento e, sebbene si
registrino alcune tensioni connesse all’energia fossile, l’uomo
procede con la propria industrializzazione verticale, che prevede
l’estrazione, la lavorazione, il commercio, l’acquisto e lo
scarto. L’uomo qui si dimentica, e lo fa velocemente,
dell’economia circolare e, con essa, anche, e più gravemente,
dimentica di vivere nella natura ed impara a vivere della natura.
La concentrazione economica e il confluire nelle Borse delle
compagnie di produzione e commercio hanno cambiato le regole di
ingaggio per le imprese. Prima, queste erano condotte da
imprenditori che nascevano dal territorio e con il territorio, e
che avevano a cuore la popolazione, sia quella autoctona sia
quella migrata. Il cambiamento che ha rivoluzionato gli equilibri
è stato determinato dalla logica delle valutazioni azionarie, così
come dalla logica delle valutazioni aziendali legate ai rating e
alla tripla A. Ebbene, queste dinamiche prettamente
economico-finanziarie hanno condotto alla ricerca del massimo
profitto. È così che inizia la delocalizzazione verso Paesi a
minor costo della forza lavoro, generando un contrasto forte e
significativo tra, da una parte, la richiesta di mantenere i
sedimi produttivi nella nazione e, dall’altra, la delocalizzazione
a scopo finanziario. La seconda logica ha prevalso e, da qui, si
sono aperte le prime fratture nelle periferie che, purtroppo, non
sono e non saranno le uniche.
La tecnologia avanza e, dopo i personal computer e i software
degli anni ’70 e ’80, intervengono nel XXI secolo, probabilmente
in modo quasi inaspettato per i più, due tecnologie straordinarie
che cambiano le regole sociali: Internet per tutti e
l’intelligenza artificiale. Non si tratta, in senso assoluto, di
tecnologie nuove, ma è nel XXI secolo che esse trovano la
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possibilità di accesso per persone e imprese indistintamente, e
con grande facilità. Questo, ovviamente, non può essere
ininfluente sull’economia, così come non lo è stato sulla società.
C’è chi ha definito questa fase come Terza Rivoluzione Industriale
ma, come vedremo, non è importante il modo in cui essa viene
definita: ciò che davvero dobbiamo considerare sono gli effetti. E
uno degli effetti è, di certo, lo sviluppo di nuove tecnologie che
si aggiungono in parallelo e cominciano a colloquiare tra loro: la
robotica, le stampanti 3D, la guida autonoma e molte altre ancora,
sino a penetrare, progressivamente, ogni attività umana.
Il declino continua così nella sua parabola discendente, portando
con sé gli orizzonti e le speranze di chi, passivamente, attende
le decisioni dei vertici. Ciò che sembra inevitabile è la continua
perdita di quella poca dignità lavorativa residua. Sempre più
ridotti a numeri e, quindi, facilmente sottraibili, gli umani sono
alla ricerca di un loro posizionamento nella città verticale, che
continua a massimizzare i profitti e a socializzare le perdite di
identità personale, a beneficio di una massificazione indistinta.
Ed è così che si raggiunge il mondo digitale o meglio la second
life che regala ciò che il reale rifiuta. Il mondo così come le
Città Verticali lo avevano presentato si dissolve nella chiusura
dei negozi di quartiere, nella irriconoscibilità dell’altro, nella
conflittualità dell’essenziale, nella dimenticanza dei servizi
essenziali per strade abbandonate e condizioni degradate. Si perde
progressivamente anche il senso della spiritualità che univa in
segno di tradizione e ricordo. Un massiccio trasferimento nel
mondo dell’essere chi si vuole e non chi si è. Influencer o
follower il mondo qui si ferma ed inizia il sogno di ricarica.
E il declino continua, perché l’homo oeconomicus, spostato
dall’estemporaneità digitale, ritorna nel reale disatteso di
quella Città Verticale dalle vacue promesse di continuità. Cosa
fare? Cosa decidere? E mentre tutto venera la crescita economica,
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare10
questa è lontana, è diseguaglianza astratta. E nessuno crede più a
nessuno nel reale, mentre il digitale assurge a verità guidata e
rifugio solitario. Solo la fame ci distrarrà, ma quella si doma
con uno snack.
Ma il declino diviene sconfitta e, di certo, non può essere
sconfitta la nostra CIE, la nostra Cultura Identitaria Europea. Ed
è per questo che non ne accettiamo alcuno dei principi delle Città
Verticali. Non accettiamo la classificazione tramite rating, non
accettiamo le sovrastrutture, non accettiamo la massificazione,
non accettiamo lo svilimento, non accettiamo l’indistinto, non
accettiamo ciò che ha portato qui, ciò che ha portato al
conflitto, ciò che porta alla marginalizzazione periferica.
Rifuggiamo le Città Verticali, nelle regole e nei regolamenti.
Perché noi siamo, noi esistiamo e, con noi, esistono la nostra
storia, il nostro spirito e la nostra spiritualità, il nostro
Saper Fare, che trova radici profonde e antiche. Rifuggiamo gli
strumenti di impoverimento delle famiglie, di incultura camuffata
da inclusione. I nostri Valori prevarranno sulla valuta ed ancora
saremo Comunità.
Ed ancora cresceremo, ma non come economia: cresceremo come umani
e l’economia ci seguirà, di certo, non ci anticiperà.
E qui, in questo Manifesto, ti diremo come.
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Il Rinascimento dell’Identità
Vi siete mai chiesti cosa sia l’identità?
Tutti possiedono un’identità, ma pochi ricordano ancora cosa essa
significhi davvero. L’identità non è soltanto un segno distintivo,
né una semplice appartenenza nominale: è la forma profonda con cui
una persona, una comunità e un territorio riconoscono sé stessi
nel tempo.
Essa è l’antitesi naturale della massificazione, poiché non nasce
per uniformarsi, non cerca l’indistinto, non accetta di essere
ridotta a copia, misura, standard o funzione replicabile.
L’identità nasce anzitutto dall’idioma. Non soltanto dalla lingua
intesa come strumento di comunicazione, ma dall’idioma come
custodia originaria del mondo. Ogni idioma trattiene una visione,
un modo di nominare le cose, di interpretare la terra, di
riconoscere i mestieri, di distinguere i gesti, di tramandare le
relazioni, di definire le famiglie e di consegnare alle
generazioni ciò che non può essere prodotto artificialmente.
Quando un idioma appartiene intimamente a un territorio, esso non
si limita a descriverlo: lo rivela, lo protegge, lo rende
riconoscibile a chi appartiene, a chi parla quella lingua.
L’idioma è appartenenza quindi.
Per questo l’identità è insostituibile. Non lo è soltanto perché
identifica un individuo, una famiglia o una comunità; lo è
soprattutto perché nasce da una profondità autoctona, da una
stratificazione di memoria, lavoro, spiritualità, necessità,
bellezza e resistenza. Essa proviene da lontano,dalla storia viva
dei territori, da luoghiche, pur essendo stati talvolta
attraversati da conquiste, dominazioni e trasformazioni, non hanno
mai smarrito del tutto le proprie radici, la propria strada, i
propri orizzonti, i propri profumi.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare12
L’identità culturale è dunque una presenza che precede il mercato
e supera la merce. Non appartiene alla logica dell’accumulo,
perché non può essere compresa attraverso la quantità; non
appartiene alla logica della standardizzazione, perché vive nella
differenza; non appartiene alla logica della sostituzione, perché
trae la propria forza dalla continuità. Dove esiste identità,
esiste un rapporto tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che può
ancora essere tramandato.
Eppure, questa identità è stata progressivamente aggredita. Prima
dalla massificazione distributiva, che ha reso periferiche le
particolarità locali in nome dell’accesso uniforme e del consumo
canalizzato; poi dalla proposta digitale, che ha sommato
all’uniformazione fisica una nuova forma di copertura invisibile:
quella dell’accumulo indistinto, della visibilità governata, della
comparazione continua, della presenza senza riconoscimento.
Tre fattori concorrenti e convergenti hanno così partecipato alla
sua oscurazione: prima l’esodo, che ha allontanato le persone dai
luoghi originari del Saper Fare; poi la distribuzione canalizzata,
che ha concentrato il consumo e indebolito la relazione diretta
tra territorio, produzione e comunità; infine, la distribuzione
digitale, che ha trasformato la pluralità delle identità in una
moltitudine di offerte cumulative, globalizzate e
industrializzate.
Non necessariamente questi processi hanno avuto come intenzione
esplicita l’eliminazione dell’identità culturale autoctona.
Tuttavia, il loro effetto storico è stato quello di celarla sotto
una coltre sempre più fitta di proposte equivalenti, rendendo meno
visibile ciò che era nato per essere unicomeno riconoscibile ciò
che era nato per essere tramandato, meno necessario ciò che
costituiva invece la sostanza stessa dei territori.
Il Rinascimento dell’Identità culturale nasce da qui: dalla
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare13
necessità di riportare alla luce ciò che la massificazione ha reso
marginale, ciò che la globalizzazione ha reso indistinto, ciò che
la standardizzazione ha reso apparentemente sostituibile.
Rinascere, in questo senso, non significa tornare indietro, ma
restituire presenza, dignità e riconoscimento a ciò che non può
essere replicato senza essere perduto.
Ciò che riteniamo essenziale evidenziare è che l’identità è
immanente al territorio e a chi lo popola. Non può prescindere da
esso, non può affrancarsene e non può esserne separata senza
perdere la propria sostanza. Per questo l’identità culturale
autoctona può opporsi e prevalere sulla massificazione e sulla
globalizzazione: perché queste condizioni non possiedono radici,
ma dipendono da equilibri esterni, mutevoli e contingenti. Basta
una legge, un conflitto, una crisi economica, una frattura
geopolitica o una diversa convenienza strategica perché la
globalizzazione si arresti, si ritragga o muti forma; perché la
massificazione, da apparente destino, si riveli per ciò che è: una
costruzione storica provvisoria.
L’Identità Culturale Autoctona, invece, no. Essa ha attraversato
innumerevoli condizioni economiche, politiche e sociali; ha
conosciuto conquiste, mutamenti, pressioni, abbandoni e ritorni,
senza mai abdicare interamente a sé stessa, senza piegarsi
definitivamente all’esterno, senza spezzare la propria continuità
profonda. L’unica condizione capace di cancellarla davvero è
l’interruzione della sua testimonianza umana: quando vengono meno
le donne e gli uomini che la custodiscono, la praticano, la
nominano, la trasmettono e la rendono ancora viva.
Viva, da Vita.
PromoDexx Identity ed Ecoresylia-Earth Europe sono quella spinta
alla Vita del Saper Fare che nasce dalla volontà di non
dimenticare ma, soprattutto e anzitutto, dalla volontà di creare
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare14
l’alternativa allo status quo, a ciò che è e che sembra non
potersi cambiare.
Siamo la forza esterna del cambiamento, siamo il collante della
nuova aggregazione. Non vogliamo controesodi, ma ritrovi e
rinnovi. Ritrovare le proprie radici e rinnovare con esse il patto
per un domani migliore, nel pieno rispetto della biodiversità
autoctona.
Basta con protocolli e schedulazioni che frammentano la vita.
Basta con la disgregazione artificiale delle comunità. Basta con
la sudditanza alle multiutility quando trasforma il bisogno comune
in dipendenza amministrata. Vigore all’economia dei beni comuni,
alla condivisione capace di custodire la propria indipendenza,
alla custodia e al rispetto della memoria umana e dell’umano. Sì
alla tecnologia quando assolve al suo compito più alto: aiutare,
supportare e migliorare le capacità umane. No alla tecnologia
quando marginalizza, quando atrofizza, quando sottrae presenza,
relazione, autonomia e responsabilità. La tecnologia non deve
sostituire l’umano: deve supportarlo. Non deve occupare il centro
della vita: deve ampliare le capacità di chi la abita.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare15
I passi del Rinascimento
Per poter rinascere, per poter tutti rinascere, abbiamo la
necessità di ritrovare il coraggio di alzare la testa,
oltrepassare il presente e non accettare lo status quo come
destino, ma come soglia da attraversare per intravedere nuovi
orizzonti e generare rinnovate comunità di prossimità, più
consapevoli, più radicate e più resylienti.
Tuttavia, la rinascita non può nascere dalla sola volontà: essa
richiede visione, programmazione e la creazione di quelle
fondamenta profonde che rendono una comunità solida in termini di
spirito, di Saper Fare ed economici.
Queste, evidentemente, non sono le dinamiche ormai sedimentate
delle Città Verticali, che fondano la propria struttura nella
protocollazione, nella schedulazione ma, soprattutto, nella
massificazione delle condizioni economico-sociali-umane.
La sostanziale differenza che le prossime esposizioni tenteranno
di fondare sarà dunque questa: non adattare l’essere umano alla
forma impersonale del sistema, ma ricollocare la donna, l’uomo,
la famiglia e i loro Valori dentro una nuova centralità
comunitaria di prossimità, identitaria e generativa.
I punti di riferimento che abbiamo stabilito per consentire la
realizzazione delle comunità di prossimità Ecoresylia-Earth
Europe sono, in ordine progressivo: (i) la necessità di dare luce
al Saper Fare; (ii) la necessità di raggiungere una reale
indipendenza energetica; (iii) la necessità di garantire
indipendenza nelle comunicazioni; (iv) la necessità di fondare
indipendenza nella mobilità; (v) la necessità di assicurare
indipendenza sanitaria; (vi) la necessità di rivedere, rigenerare
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare16
e rendere indipendenti le strutture e le sovrastrutture locali;
(vii) la necessità fondamentale di immergere le Terre di
Ecoresylia nella biodiversità e nell’impegno permanente alla
ri-generazione della biodiversità stessa.
Tutto questo non nella disconnessione dal mondo, ma nella piena
connessione digitale, ordinata però a una nuova sovranità
territoriale, comunitaria e funzionale: per questo tale
condizione viene definita “indipendenza-connessa”.
La capacità e la possibilità di riportare nelle Terre di
Ecoresylia funzioni essenziali, competenze, produzioni, servizi,
responsabilità e visioni non rappresentano soltanto un progetto
organizzativo, ma un passaggio storico di ri-fondazione. Le Terre
di Ecoresylia sono Distretti predefiniti secondo le loro
caratteristiche morfologiche, ecosistemiche, culturali e
produttive: nello specifico, 2.159 Distretti europei, tutti
coinvolti, a nostro avviso, in quella canalizzazione della
distribuzione, della massificazione e della globalizzazione che
ha caratterizzato l’economia e il commercio del XX e del XXI
secolo.
Per questa ragione, il Rinascimento non potrà limitarsi a
dichiarare un nuovo orizzonte: dovrà costruirne i passi,
predisporne le condizioni, definire le fondamenta e restituire
alle comunità la possibilità concreta di riconoscersi, produrre,
custodire, generare e abitare nuovamente il proprio destino.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare17
Il Saper Fare
La premessa fondamentale è definire con esattezza cosa Dashlo,
proprietaria di ogni diritto intellettuale e industriale, intenda
con il termine “Saper Fare”.
Nel presente vi sono realtà ormai percepite come normali, quasi
inevitabili, ma che appartengono a una trasformazione storica
precisa: quella dei nuovi sistemi [1] di comunicazione,
distribuzione e visibilità.
Tali sistemi hanno progressivamente imposto la logica della
massificazione, della globalizzazione e dell’omogeneizzazione,
subordinando l’accesso al mercato non tanto alla qualità
intrinseca di ciò che viene proposto, quanto alla capacità
economica di occupare spazi, canali e posizionamenti.
Nella distribuzione fisica centralizzata, ciò si traduce in
investimenti per prodotto, spazio espositivo e campagne d’offerta.
Nel settore digitale, la medesima dinamica assume, invece, la
forma del posizionamento a pagamento, della pubblicità sui motori
di ricerca, della dipendenza dagli algoritmi e dalla capacità di
sostenere investimenti continuativi per ottenere visibilità.
È qui che si apre il primo vulnus.
Le logiche globalizzate non riconoscono, in primis, il contenuto
della proposta, ma la forza economica capace di renderla visibile.
Ne consegue che qualità, tradizione, originalità, esperienza e
specializzazione non sono, oggettivamente e inopinatamente,
elementi sufficienti a determinare visibilità, presenza,
riconoscimento ed emersione.
Alla prima frattura già chiarita se ne apre una seconda, non meno
critica: i meccanismi di evidenza sono appositamente “aperti”.
Chiunque può entrare in concorrenza e promuovere ciò che propone,
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare18
generando, per prodotti, servizi e professioni, una
moltiplicazione indistinta delle offerte. In tale moltiplicazione,
le proposte possono risultare fuorvianti e, molto più spesso di
quanto si pensi, persino mendaci.
Ciò non significa che i partecipanti non possiedano specifiche
competenze; significa che i sistemi moderni non le evidenziano nel
dettaglio, non le classificano secondo reale Saper Fare e non
fondano la presenza sulla loro effettiva consistenza.
Considerata, quindi, l’esposizione che precede, appare concludente
e convergente il fatto che, tanto nella distribuzione canalizzata
quanto nella proposta digitalizzata, gli elementi che noi
raccogliamo nella definizione di Saper Fare non costituiscono, di
per sé, criterio di evidenza.
La conseguenza è tanto semplice quanto grave: non importa se sai
fare, importa quanto puoi investire per essere visto.
Ed è precisamente qui che il mercato smette di riconoscere il
valore e torna alla sua dinamica più brutale: chi possiede più
mezzi conquista più spazio, anche quando non possiede più sapere.
Le fratture rilevate hanno dato oggettivo impulso agli studi e
alla realizzazione della piattaforma PromoDexx e del programma
Ecoresylia–Earth Europe.
Non potevamo prescindere dalla nostra definizione del Saper Fare,
poiché essa determina due condizioni essenziali al fine
dell’intero programma: (i) stabilire chi può partecipare e quali
caratteristiche specifiche i prodotti, i servizi e le professioni
debbono contenere per essere inseriti nella piattaforma digitale;
(ii) garantire all’utente un’esposizione semplice, facilmente
rinvenibile e smart, affinché possa ricevere, senza errori, indugi
o fraintendimenti, ciò che cerca e di cui necessita.
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare19
L’appartenenza alla condizione (i) presuppone che il richiedente
possieda le caratteristiche di inclusione nella Cultura
Identitaria Europea [2], che garantisce una presenza esclusiva
nella propria classe e una qualifica identitaria nei contenuti e
nella visibilità per l’utente. La condizione (ii), specularmente,
riguarda la corrispondenza tra domanda e risposta. PromoDexx non
ordina la visibilità secondo la capacità economica di occupare
spazio, ma secondo la capacità fattuale di rispondere puntualmente
e indubitabilmente a ciò che l’utente cerca e di cui necessita.
Analizziamo ora le singole aree inserite nella piattaforma che
attengono, senza esclusione alcuna, a quelle che sono le esigenze
di persone, famiglie, imprese ed enti, senza nulla escludere.
Professioni ordinistiche e professioni – Le professioni, siano
esse ordinistiche o non ordinistiche, costituiscono una delle
strutture portanti della vita civile, economica, comunitaria e
territoriale di una nazione. Esse non rappresentano soltanto
attività lavorative, servizi o competenze specialistiche, ma forme
concrete attraverso le quali le persone, le famiglie, le imprese e
i territori trovano orientamento, tutela, soluzione, continuità e
sviluppo.
Ogni professione autentica nasce dall’incontro tra conoscenza,
esperienza, responsabilità e applicazione. Quando un medico cura,
un avvocato difende, un architetto progetta, un commercialista
orienta, un consulente assiste, un formatore trasmette conoscenza
o un professionista interpreta un bisogno e indica una strada, non
si compie soltanto una funzione: si produce fiducia sociale, si
protegge una parte della vita reale e si consente a persone,
imprese e comunità di proseguire il proprio cammino. In questo
contesto, il Saper Fare assume un valore decisivo, perché è ciò
che distingue la competenza viva dalla semplice informazione
disponibile. Il Saper Fare non coincide con il possesso astratto
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare20
di una nozione, né con l’accesso immediato a una risposta
digitale. Esso nasce dal tempo, dallo studio, dall’errore,
dall’esperienza, dalla responsabilità e dalla capacità di
trasformare la conoscenza in soluzione concreta. Per questo le
professioni sono indispensabili alla vita delle persone, delle
imprese e dei territori: perché traducono il sapere in
affidabilità, la tecnica in cura, l’esperienza in decisione, la
responsabilità in protezione. Esse custodiscono una parte
essenziale dell’identità operativa di una comunità, impedendo che
il lavoro umano venga ridotto a funzione anonima, sostituibile o
indistinta. Riconoscere le professioni significa dunque
riconoscere il valore del Saper Fare come patrimonio umano,
economico e territoriale. Significa affermare che una società non
vive soltanto di strumenti, piattaforme e procedure, ma della
presenza competente di donne e uomini capaci di comprendere,
valutare, scegliere, intervenire e rispondere con responsabilità
alla complessità della vita reale.
Forniture per la casa – Le forniture per la tua casa comprendono
tutto ciò che contribuisce a rendere l’abitazione uno spazio
vivibile, funzionale, sicuro e riconoscibile. Non si tratta
soltanto di prodotti acquistati, ma di elementi che entrano nella
vita quotidiana delle persone, accompagnano i gesti ordinari,
migliorano il comfort, proteggono gli ambienti, facilitano
l’organizzazione e concorrono alla qualità dell’abitare. La casa,
infatti, non è soltanto un luogo fisico. È il primo spazio della
cura, della protezione, della famiglia, della memoria e della
continuità personale. Per questo ogni fornitura destinata alla
casa assume un valore che va oltre l’utilità immediata: partecipa
alla costruzione di un ambiente in cui le persone vivono,
riposano, crescono, lavorano, accolgono e custodiscono una parte
essenziale della propria identità.
Rientrano in questa dimensione arredi, complementi, materiali,
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare21
strumenti, dotazioni, soluzioni per la manutenzione, il comfort,
la sicurezza, l’efficienza, l’organizzazione e la cura degli spazi
domestici. Ogni elemento, quando è scelto con qualità, competenza
e responsabilità, contribuisce a trasformare l’abitazione in un
luogo più stabile, più ordinato, più sano e più vicino ai bisogni
reali di chi la vive.
In questo contesto, il Saper Fare conserva un ruolo decisivo,
perché la qualità della casa non nasce soltanto dalla
disponibilità di oggetti, ma dalla capacità di scegliere,
proporre, realizzare, installare, adattare e mantenere ciò che
serve in modo corretto, durevole e coerente con il territorio, con
le persone e con l’ambiente. Le forniture per la tua casa
rappresentano dunque una parte concreta dell’economia di
prossimità: collegano bisogni quotidiani, competenze
professionali, prodotti, manutenzione, fiducia e territorio. Esse
ricordano che abitare non significa semplicemente occupare uno
spazio, ma costruire ogni giorno un luogo capace di proteggere,
accogliere e sostenere la vita.
Servizi per la casa – I servizi per la casa comprendono tutte
quelle attività che contribuiscono alla cura, alla manutenzione,
alla funzionalità, alla sicurezza e alla qualità degli spazi
abitativi. Essi non riguardano soltanto l’esecuzione di un
intervento, ma la capacità di preservare nel tempo il luogo in cui
le persone vivono, riposano, crescono, lavorano, accolgono e
custodiscono una parte essenziale della propria vita quotidiana.
La casa, infatti, non è soltanto un bene materiale o uno spazio
privato. È il primo luogo della protezione, della familiarità,
della continuità e dell’equilibrio personale. Per questo ogni
servizio rivolto alla casa assume un valore che supera la semplice
utilità: interviene sulla qualità dell’abitare, sulla serenità
delle famiglie, sulla sicurezza degli ambienti e sulla possibilità
di vivere gli spazi in modo ordinato, sano e funzionale. Rientrano
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare22
in questa dimensione gli interventi di manutenzione, riparazione,
installazione, assistenza, pulizia, sicurezza, efficientamento,
cura degli impianti, organizzazione degli ambienti e miglioramento
della vivibilità domestica. Sono attività che richiedono
competenza, affidabilità, esperienza e responsabilità, perché
incidono direttamente sulla vita reale delle persone e sulla
continuità della loro quotidianità. In questo contesto, il Saper
Fare assume un ruolo decisivo. Un servizio per la casa non si
misura soltanto nella rapidità dell’intervento, ma nella capacità
di comprendere il bisogno, valutare correttamente il problema,
proporre una soluzione adeguata, intervenire con precisione e
lasciare dietro di sé fiducia, sicurezza e durata. I servizi per
la casa rappresentano dunque una componente essenziale
dell’economia di prossimità. Essi collegano persone, famiglie,
professionisti, imprese locali e territorio; mantengono vive
competenze concrete; rafforzano la fiducia tra chi abita e chi
interviene; e ricordano che una comunità non si sostiene soltanto
attraverso grandi opere o grandi sistemi, ma anche attraverso la
cura quotidiana dei luoghi in cui la vita prende forma.
Beni per la persona – I beni per la persona comprendono tutte
quelle forniture destinate alla cura, alla protezione, al
benessere, alla salute, alla dignità e alla quotidianità
dell’individuo. Rientrano in questa dimensione l’abbigliamento,
inteso nella sua accezione più ampia di capi, calzature e
accessori; i prodotti cosmetici e per il benessere; i beni
sanitari, farmaceutici e parafarmaceutici; e ogni altro prodotto
destinato a sostenere la qualità della vita personale. Essi non
rappresentano soltanto oggetti di consumo, ma strumenti attraverso
i quali la persona si cura, si protegge, si presenta, esprime
parte della propria identità e affronta i bisogni concreti della
vita quotidiana. Vestirsi, prendersi cura del corpo, tutelare la
salute, scegliere prodotti adeguati al proprio benessere non sono
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare23
gesti marginali, ma atti che appartengono alla dignità ordinaria
della persona. In questo contesto, il Saper Fare assume un valore
importante, perché la qualità dei beni per la persona non dipende
soltanto dalla loro disponibilità, ma dalla competenza con cui
vengono selezionati, consigliati, prodotti, distribuiti e resi
accessibili. La prossimità consente di riconoscere bisogni reali,
offrire orientamento, costruire fiducia e mantenere un rapporto
diretto tra chi propone un bene e chi lo utilizza. I beni per la
persona rappresentano dunque una componente essenziale della vita
economica e territoriale di una comunità. Essi collegano cura
individuale, competenza, responsabilità, commercio di prossimità e
qualità della vita, ricordando che una società non si misura
soltanto nella quantità di ciò che rende disponibile, ma nella
capacità di offrire beni utili, adeguati e riconoscibili alla vita
concreta delle persone.
Servizi per la persona – I servizi per la persona comprendono
tutte quelle attività rivolte al benessere, alla cura,
all’equilibrio, alla qualità della vita e al miglioramento della
quotidianità delle persone e delle famiglie, con espressa
esclusione dei servizi medici, che appartengono a una diversa e
specifica categoria. Rientrano in questa dimensione i servizi
erogati a domicilio o presso centri dedicati, quali servizi
sportivi, del benessere, dell’estetica, della salute intesa come
cura non medica della qualità della vita, della meditazione, delle
discipline olistiche e ogni altro servizio di cui persone e
famiglie ritengano di fruire per il proprio equilibrio personale,
familiare e quotidiano. Essi non rappresentano soltanto
prestazioni occasionali, ma forme concrete di attenzione alla
persona. Attraverso questi servizi, il benessere non viene inteso
come consumo indistinto, ma come relazione, ascolto, competenza,
continuità e capacità di rispondere a bisogni reali in modo
appropriato, riconoscibile e responsabile. Anche in questo caso,
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare24
il Saper Fare assume un valore decisivo, perché la qualità del
servizio non dipende soltanto dalla sua disponibilità, ma dalla
competenza, dall’esperienza, dall’affidabilità e dalla sensibilità
con cui viene proposto, svolto e adattato alla persona che lo
riceve. Ove possibile, tali servizi devono essere forniti a
domicilio oppure presso centri collocati all’interno del Distretto
prescelto dal prestatore del servizio, affinché la relazione tra
persona, famiglia, professionista e territorio rimanga prossima,
verificabile e coerente con i principi dell’economia di
prossimità. I servizi per la persona devono inoltre essere
pienamente in linea con quanto proposto e specificato nelle pagine
PromoDexx, affinché ogni attività inserita in questa categoria
rispetti i criteri di chiarezza, affidabilità, corrispondenza
reale tra offerta e prestazione, radicamento territoriale e
valorizzazione del Saper Fare.
Agroalimentare – L’agroalimentare, quando appartiene realmente
alla storia di una nazione, non è soltanto un comparto produttivo
né una somma di coltivazioni, allevamenti, trasformazioni e
mercati. È un patrimonio vivente, perché custodisce il rapporto
originario tra la terra, il clima, l’acqua, le stagioni, le
comunità e il Saper Fare che, nel tempo, ha trasformato la
necessità del nutrimento in cultura, identità e civiltà. Esso
comprende i prodotti, le tecniche, le ricette, i gesti, i
mestieri, le filiere, gli idiomi locali, le economie familiari, le
comunità rurali e artigiane che hanno reso riconoscibile un
territorio attraverso ciò che produce, prepara, conserva e
trasmette. Per questo l’agroalimentare non rappresenta soltanto
ciò che una nazione mangia, ma ciò che una nazione ricorda,
protegge, rinnova e consegna. Come patrimonio di una nazione,
l’agroalimentare è dunque una forma concreta di identità
territoriale: un’eredità materiale e immateriale che unisce natura
e cultura, prossimità e lavoro, memoria e futuro, impedendo che il
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare25
cibo venga ridotto a merce indistinta, standardizzata e sradicata
dal luogo che gli dà origine.
Turismo – Il Saper Fare nell’ambito del turismo comprende
l’insieme delle competenze, delle conoscenze, delle attenzioni e
delle esperienze attraverso le quali un territorio accoglie,
accompagna e si racconta a chi lo attraversa. Non riguarda
soltanto l’organizzazione del viaggio, dell’ospitalità o della
permanenza, ma la capacità di trasformare la visita in un incontro
autentico con i luoghi, le persone, la storia, le tradizioni e
l’identità locale.
Il turismo, quando è radicato nel Saper Fare, non riduce il
territorio a destinazione, immagine o consumo rapido. Lo
restituisce invece come comunità vivente, fatta di paesaggi,
architetture, idiomi, memorie, mestieri, produzioni, riti,
accoglienza e relazioni. In questo senso, chi opera nel turismo
non offre soltanto un servizio, ma custodisce e rende accessibile
una parte della cultura del luogo.
In questa dimensione, la cucina tradizionale locale assume un
valore essenziale. Essa non rappresenta soltanto nutrimento o
ristorazione, ma memoria commestibile di un territorio: racconta
il clima, la terra, le stagioni, le materie prime, le famiglie, le
ricette tramandate, le economie rurali, le feste, le abitudini e
il Saper Fare di chi, nel tempo, ha trasformato il cibo in
identità. Il Saper Fare turistico comprende dunque l’accoglienza,
la conoscenza dei luoghi, la capacità di orientare il visitatore,
la cura dell’esperienza, la valorizzazione delle tradizioni, la
narrazione corretta del territorio e la proposta di una cucina
locale autentica, coerente e riconoscibile. Ogni gesto, quando è
compiuto con competenza e responsabilità, contribuisce a impedire
che il turismo diventi massificazione, standardizzazione o
semplice attraversamento. Riconoscere il Saper Fare nel turismo
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare26
significa affermare che un territorio non deve soltanto essere
visto, ma compreso; non deve soltanto essere visitato, ma
rispettato; non deve soltanto essere consumato, ma incontrato. È
in questo incontro, fatto di accoglienza, cultura, cucina, memoria
e prossimità, che il turismo diventa una forma concreta di
valorizzazione dell’identità territoriale.
Forniture alle imprese – Le forniture alle imprese comprendono
tutti quei beni, strumenti, materiali, dotazioni, attrezzature e
soluzioni necessari allo svolgimento, alla continuità e al
miglioramento delle attività economiche, professionali,
commerciali, produttive e organizzative. Esse non rappresentano
soltanto componenti accessorie dell’impresa, ma elementi concreti
attraverso i quali il lavoro può essere svolto con efficienza,
sicurezza, qualità e riconoscibilità.
Ogni impresa, qualunque sia la sua dimensione, necessita di
forniture adeguate per operare correttamente: materiali di
consumo, arredi, strumenti tecnici, dispositivi, attrezzature,
supporti organizzativi, dotazioni per gli ambienti di lavoro,
prodotti per la sicurezza, per la manutenzione, per la
comunicazione, per l’accoglienza e per la gestione quotidiana
dell’attività. In questa dimensione, la fornitura non è soltanto
ciò che viene acquistato, ma ciò che consente all’impresa di
restare funzionante, ordinata, affidabile e capace di rispondere
ai propri obiettivi. In questo contesto, il Saper Fare assume un
valore importante, perché la qualità di una fornitura non dipende
soltanto dalla disponibilità del bene, ma dalla capacità di
comprenderne l’utilità reale, proporre soluzioni adeguate,
garantire continuità, assistenza, coerenza con l’attività
dell’impresa e responsabilità nella relazione commerciale.
Le forniture alle imprese rappresentano dunque una componente
essenziale dell’economia di prossimità. Esse collegano attività
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare27
economiche, competenze, territorio, affidabilità e continuità
operativa, rafforzando la capacità delle imprese di lavorare
meglio, mantenere relazioni stabili e contribuire alla solidità
del proprio Distretto. Riconoscere il valore delle forniture alle
imprese significa riconoscere che nessuna attività economica vive
soltanto della propria idea, del proprio prodotto o del proprio
servizio, ma anche dell’insieme di strumenti, materiali e
soluzioni che le permettono ogni giorno di esistere, funzionare,
accogliere, produrre valore e restare parte viva del territorio.
Servizi alle imprese – I servizi alle imprese comprendono tutte
quelle attività rivolte al sostegno, all’organizzazione, alla
gestione, alla sicurezza, alla comunicazione, allo sviluppo e alla
continuità operativa delle attività economiche, professionali,
commerciali e produttive. Essi non consistono nella fornitura di
beni materiali, ma nell’apporto di competenze, interventi,
soluzioni e assistenza che consentono all’impresa di funzionare
meglio, prevenire criticità, migliorare i propri processi e
rafforzare la propria presenza nel territorio.
Ogni impresa, qualunque sia la sua dimensione, necessita di
servizi capaci di accompagnarne la vita quotidiana: supporto
amministrativo, organizzativo, tecnico, informatico, commerciale,
logistico, formativo, comunicativo, gestionale, promozionale,
manutentivo, di sicurezza, pulizia, assistenza e miglioramento
degli ambienti e delle procedure di lavoro. Sono attività spesso
invisibili, ma decisive, perché permettono all’impresa di restare
ordinata, efficiente, riconoscibile, affidabile e pronta a
rispondere ai bisogni dei propri clienti, collaboratori e
interlocutori. In questo contesto, il Saper Fare assume un valore
essenziale, perché un servizio alle imprese non si misura soltanto
nella sua esecuzione, ma nella capacità di comprendere il bisogno
reale dell’attività, proporre una soluzione adeguata, intervenire
con competenza, garantire continuità e costruire un rapporto di
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Manifesto - Il Rinascimento del Saper Fare28
fiducia. Il servizio efficace non sostituisce l’impresa, ma la
supporta, la rende più solida e le consente di concentrarsi sulla
propria identità operativa.
I servizi alle imprese rappresentano dunque una componente
fondamentale dell’economia di prossimità. Essi collegano
competenze, attività economiche, territorio e responsabilità,
creando relazioni stabili tra chi offre una soluzione e chi ne ha
bisogno per lavorare, crescere e durare nel tempo. Riconoscere il
valore dei servizi alle imprese significa riconoscere che nessuna
attività vive isolata. Ogni impresa è parte di una rete di
competenze che la sostiene, la orienta, la protegge e ne rende
possibile la continuità. Dove questi servizi restano prossimi,
affidabili e radicati, il territorio conserva capacità operativa,
fiducia economica e forza comunitaria.
Note al capitolo
[1] quando identifichiamo i “nuovi sistemi”, consideriamo il periodo iniziato negli anni Ottanta del
Novecento e che prosegue nel XXI secolo
[2] Per “Cultura Identitaria Europea” intendiamo l’insieme vivo delle identità territoriali, linguistiche,
artigianali, produttive, professionali, agricole, alimentari, artistiche e paesaggistiche che, nei secoli,
hanno formato l’Europa non come spazio uniforme, ma come continente di differenze riconoscibili. La Cultura
Identitaria Europea non costituisce un concetto nazionalistico, né una gerarchia tra popoli, né una
contrapposizione dell’Europa al resto del mondo. Essa rappresenta, invece, la consapevolezza che l’Europa
esiste nella pluralità delle sue radici: negli idiomi, nei mestieri, nelle cucine, nelle botteghe, nei
territori, nei borghi, nelle città, nelle campagne, nei distretti, nelle tradizioni produttive, nei saperi
tramandati, nelle forme del lavoro e nella memoria dei luoghi. All’interno di PromoDexx, la Cultura
Identitaria Europea diviene criterio di riconoscimento: un prodotto, un servizio o una professione non
vengono considerati soltanto come offerta commerciale, ma come espressione di un’origine, di una competenza,
di una continuità e di un Saper Fare riconducibili a un’identità reale. In tale senso, la Cultura
Identitaria Europea è la cultura del Saper Fare europeo quando esso resta legato a territorio, memoria,
competenza, qualità, responsabilità e riconoscibilità. La sua funzione, nel Manifesto, non è affermare una
superiorità comparativa, ma indicare il criterio alternativo da cui PromoDexx trae la propria ragione
fondativa.
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