L’idea di un Manifesto può sembrare superata, tanto è veloce la comunicazione nel terzo millennio. Pensare di impiegare il proprio tempo per leggere pensieri e considerazioni alla base di un programma che occuperà almeno il prossimo decennio può sembrare inutile. Ciò che siamo abituati a fare è la valutazione empirica delle cose: lasciamo che accada e poi vedremo di cosa si tratta. Il pensiero è postumo, la valutazione anche.
Ma siamo qui, e la costruzione della nostra attività, durata non meno di quattro anni, merita approfondimento, logica e destinazione.
Ciò che sosteniamo sin dalle prime battute è che ogni considerazione non è ostile, ed il pensiero avverso è equipollente al pensiero a favore: entrambi hanno pari diritto di esistenza e valore nel confronto. Quindi contrastare una condizione, un fatto o un indirizzo non significa delegittimarlo, perché siamo del parere che, nella liceità dell’azione, ogni azione ed iniziativa sia legittima e legittimata dalla singola visione delle cose e del futuro. Questo non ci toglie il diritto di non essere d’accordo.
La tecnologia, anche avanzata, è amica. Le comunità ne sono permeate. Sono bastate meno di quattro vite umane (1750-2020) per passare dalle carrozze trainate da cavalli ai satelliti nello spazio ed agli spostamenti alla velocità del suono; dalla posta scritta con penne d’oca ai messaggi in tempo reale tra un continente e l’altro. La tecnologia è amica. Quello che facciamo è l’impiego della tecnologia a favore delle identità, che significa raggiungere anche le zone più remote di una nazione ed i più remoti produttori autoctoni, per consentire loro di avere visibilità, futuro e solidità. Ne consegue che il primo obiettivo è la promozione dell’esperienza che sia vera, radicata, originale. Per questo l’abbiamo chiamata PromoDexx, esattamente con experience rafforzato con due xx.
Sono bastate meno di quattro vite umane (1750-2020) a Milano per passare da 123.000 a 3,2 milioni di abitanti; Roma da 157.000 a 4,2 milioni di abitanti e questo per tutte le città in Europa, ad esempio Londra in meno di 4 vite umane è passata da 675.000 a 9,1 milioni di abitanti. Esamineremo il significato di queste migrazioni relativamente a ciò che più ci interessa e cioè le condizioni delle comunità dei territori e l’economia di prossimità. Di certo, l’uomo che per trecentomila anni ha vissuto orizzontalmente immerso nella casa naturale inizia così la sua vita verticale dismettendo le regole naturali per adottare le regole artificiali del tempo.
Sono bastate meno di quattro vite umane (1750–2020) per deforestare oltre il 25% del patrimonio verde storico del pianeta. E molto di quanto è rimasto è abbandonato a sé stesso, spesso impoverito, frammentato o deturpato. Ed allora, davanti alle preoccupazioni legittime e legittimate anche dall’aumento dell’umanità, occorre prendere atto di una sproporzione. Se pensiamo alla vita del pianeta di circa 4,54 miliardi di anni, la presenza documentata di Homo Sapiens risale ad almeno circa 300.000 anni. Se immaginiamo che ogni miliardo di anni sia rappresentato da un metro, l’intera vita della Terra misurerebbe 4 metri e 54 centimetri e su questa lunghezza, Homo Sapiens occuperebbe appena gli ultimi 0,3 millimetri. Eppure, questa presenza irrilevante nella storia del pianeta non frena l’uomo dall’avere quell’onnipotenza nel dire: “dobbiamo salvare il pianeta”, con una evidente distorsione della realtà. Il pianeta non ha bisogno di essere salvato1, né ha bisogno della presenza umana per proseguire il proprio corso.
Secondo le attuali conoscenze astrofisiche, il Sole continuerà il proprio ciclo ancora per miliardi di anni; la Terra, se non interverranno eventi cosmici imprevedibili, continuerà il proprio percorso planetario. Cambierà aspetto. Cambieranno aspetto molti dei suoi ecosistemi. Potranno mutare equilibri, forme, condizioni e presenze del vivente. Il punto, dunque, non è se il pianeta sarà della partita. Il punto è se lo sarà il vivente umano.
Per il perimetro che ci occupa, pensiamo di poter fare la nostra parte con il programma Ecoresylia–Earth Europe che si occupa di ri-generare la vita dei territori e dell’economia di prossimità sorreggendo il Saper Fare nella sua massima accezione.
I dati che abbiamo sin qui riportato non sono certamente confortanti e, dal nostro punto di vista, c’è molto da fare. Vogliamo essere della partita, estendendo la nostra attività all’intero continente europeo. Vogliamo aggregare nel progetto migliaia di operatori che condividano la nostra visione e la nostra missione: attività che non vogliono soltanto continuare, ma consolidarsi ed essere protagoniste nella propria Terra di Ecoresylia–Earth Europe. Ci aspettano 2.159 Terre di Ecoresylia in Europa.
Diamoci da fare e rendiamoci utili.
1. Cfr. Friederike Otto, Ingiustizia climatica. Perché combattere le diseguaglianze può salvare il pianeta, Einaudi, 2025.
Ciò che esiste ha diritto di essere. Noi abbiamo il diritto di non riconoscerlo come unico orizzonte possibile.
Si può conservare identità senza tradizione? Le città sono davvero la risposta o sono evolute in qualcosa di diverso? La tecnologia è supporto o sostituzione dell’Umano? Il tempo è ancora un valore o solo valuta? Siamo Buoni Antenati1?
1. Gli esseri umani tendono a dare tutto per scontato e, soltanto dopo ogni evento, più o meno catastrofico, immaginano di poter riparare ciò che hanno danneggiato. Dentro questa logica si è consolidata l’abitudine a credere che tutto possa continuare a esistere così come lo conosciamo: che ci saranno sempre le tradizioni, i prodotti tradizionali, i manufatti artigianali, le botteghe, i mestieri, le piccole attività nate dentro una storia locale.
Si attraversa il mondo rurale come turisti, senza che la sua desertificazione ci tocchi davvero. La piccola località della Meseta, il borgo medievale della Francia rurale, l’oste nelle Crete Senesi, ci confortano nei giorni di vacanza, ci restituiscono per qualche istante un senso di autenticità, di misura, di tempo umano. Poi ritorniamo nelle nostre città verticali, nelle nostre abitudini accelerate, senza interrogarci troppo sulla loro sorte. Senza chiederci se, l’anno successivo, li ritroveremo ancora aperti o se anche quella sarà diventata un’altra attività autoctona, artigianale e tradizionale che non riaprirà più.
Non tutto ciò che si perde può essere ricostruito. Quando una bottega chiude, quando un sapere artigiano si interrompe, quando una comunità smette di trasmettere le proprie capacità, non basta decidere di recuperarle perché tornino a esistere. La conoscenza artigiana non è un oggetto che si riaccende; è tempo, pratica, memoria, errore, ripetizione, mani, materia, racconto. E quando questa catena si spezza, diventa impossibile.
Solo nell’Italia che conosciamo esistono 5.717 Prodotti Agroalimentari Tradizionali registrati nell’elenco nazionale del Masaf: un patrimonio immenso di luoghi, gesti, lavorazioni, idiomi, racconti e consuetudini che potrebbero dissolversi nel passare del tempo. E cosa pensiamo di fare, domani, con gli idiomi che non saranno più parlati, con i racconti che non saranno più tramandati, con le tecniche che nessuno saprà più eseguire?
Ed è qui che ci scontriamo con il laissez-faire di qualunque nazione, di qualunque territorio, di qualunque organizzazione che tentasse di resistere. Noi di PromoDexx vogliamo agire. Vogliamo non attendere, ma anticipare; e, per quanto nelle nostre possibilità, consolidare, sorreggere e rendere visibile l’economia di prossimità.
Sappiamo che si può ancora fare molto. Possiamo e dobbiamo intervenire creando una struttura di sostegno che sfrutti al meglio la tecnologia per dare solidità, ri-generazione e nuova vita ai centri, ai distretti, alle terre. Ecco perché si debbono riunire le forze e procedere nell’unico modo possibile: salvaguardare le identità autoctone prima che diventino soltanto memoria.
2. Le città si popolarono progressivamente di ogni tipo di migrante: migrazioni di prossimità, spostamenti dalle campagne vicine, arrivi da regioni diverse della stessa nazione. Tutti mossi dalla chimera della tranquillità, del lavoro, della stabilità e, più avanti, anche dalla prospettiva delle comodità urbane. Ma questa promessa non apparteneva ancora alla Prima Rivoluzione Industriale, avviata intorno al 1760, quando la produzione meccanizzata si sviluppò dentro uno stato di forte precarietà sociale. In quella fase furono arruolati anche i più piccoli e si consolidò lo sfruttamento delle maestranze, costrette a lavorare in condizioni spesso prossime alla disumanità. Con la Seconda Rivoluzione Industriale, a partire dal 1870 circa, e con il progressivo affermarsi di nuove rivendicazioni sociali, alcune condizioni nelle fabbriche e nei luoghi estrattivi iniziarono lentamente a migliorare. Ciò che tuttavia non cambiò fu la marginalizzazione delle persone dentro la nuova organizzazione urbana e produttiva.
La società industriale divenne sempre più centralizzata e verticale: concentrò nel centro il potere, le decisioni, i servizi, la rappresentanza e il valore, mentre spinse ai margini la periferia operaia, luogo della fatica, della distanza, del salario e della necessità. Nel XX secolo, dopo le devastazioni delle guerre mondiali, la ripresa industriale post-bellica accelerò ulteriormente questo processo. Le città si espansero in modo esponenziale, fino a diventare quasi un unicum tra vita e produzione.
La sovrappopolazione urbana, unita all’avanzamento tecnologico, modificò la logica orizzontale della vita comunitaria, trasformandola in una vita verticale, regolata da orari, aperture, chiusure, controlli, attività, turni e pendolarismi. Tutto divenne misurabile, protocollato, controllato e registrato. Dalla seconda metà del Novecento, la costruzione verticale divenne progressivamente un dogma. L’aumento della popolazione urbana e la crescita verticale dell’abitare corroborarono le scelte dei governi locali, che orientarono i territori verso la presenza crescente delle imprese. Fu questa condizione a cambiare profondamente le città: la produzione entrò nella forma stessa dell’abitare, gli spazi si densificarono, gli inquinamenti e gli scarti aumentarono, e molti luoghi urbani divennero progressivamente insalubri.
Per un lungo tratto, pur dentro contraddizioni evidenti, la città industriale conservò una propria funzionalità: la periferia operaia era marginale, ma ancora connessa alla produzione; distante dal centro, ma legata al lavoro; separata dai luoghi del potere, ma inserita dentro una logica di crescita. Questo equilibrio iniziò a incrinarsi verso la fine del XX secolo, quando le delocalizzazioni e l’avanzamento tecnologico cominciarono a incidere sulla struttura produttiva, aprendo una fase di progressiva contrazione del lavoro industriale. La trasformazione coinvolse soprattutto la classe operaia e interruppe il rapporto originario tra periferia, produzione e crescita. Le periferie, non più stabilmente connesse alla funzione produttiva che le aveva generate, iniziarono a perdere la loro ragione storica. Da luoghi della relazione vita → lavoro, divennero progressivamente luoghi-non-luoghi: spazi abitati ma non riconosciuti, attraversati ma non integrati, presenti nella città ma separati dalla sua promessa.
In meno di quattro vite umane, le città passarono dall’assalto alla disgregazione. Prima furono raggiunte da masse di persone in cerca di lavoro, poi divennero organismi verticali regolati dalla produzione, infine videro molte delle loro periferie trasformarsi in semplici dormitori, esposte al degrado e alla perdita di funzione. Le persone, che un tempo cercavano nella città una direzione, si trovarono così a vivere in spazi sospesi, mentre ancora tentano di comprendere quale realtà riservi il futuro.
La nota costante, lungo tutto questo processo, fu il progressivo aumento dei fattori inquinanti. La crescita industriale, la densificazione urbana, la verticalizzazione dell’abitare, la concentrazione produttiva, l’espansione dei trasporti e la successiva disgregazione delle periferie lasciarono sul territorio una traccia continua di scarti, emissioni, consumo di suolo e perdita di salubrità. La città moderna, nata come promessa di lavoro e stabilità, portò con sé anche il peso crescente della propria impronta ambientale che oggi conosciamo come “impronta umana”.
3. La dinamica delle città verticali iniziò a incrinarsi quando il concetto di crescita continua, mantra della società moderna e post-moderna e ancora oggi faro guida di molti governi nazionali e locali, cominciò inevitabilmente a segnare il passo.
Prima con le politiche di delocalizzazione, poi con l’avvento del commercio online e, da ultimo ma non per importanza, con l’inserimento sempre più massivo della tecnologia avanzata sostitutiva. Per tecnologia avanzata sostitutiva, che d’ora in avanti indicheremo come TAS, intendiamo quella tecnologia volta alla sostituzione, totale o parziale, dell’umano dentro i processi produttivi, logistici, amministrativi e organizzativi. Ne sono esempio l’organizzazione robotica dei magazzini, le saldature automatizzate, le procedure delle catene di montaggio, ma anche, in ambito amministrativo, le tecnologie di controllo, protocollazione, gestione delle presenze e amministrazione del personale. Questi sono soltanto alcuni esempi, ma sufficienti a mostrare una direzione. L’avvento sempre più massivo della TAS non appare, dentro questa prospettiva, come una condizione automaticamente migliorativa.
Al contrario, quando la tecnologia non coadiuva l’umano ma lo sostituisce, essa produce una conseguenza peggiorativa: riduce la centralità della persona, contrae la funzione sociale del lavoro e accelera la trasformazione dei luoghi produttivi in sistemi sempre più efficienti, ma sempre meno umani.
Ciò che emerge da un’attenta analisi è una distinzione decisiva.
La prima condizione riguarda la progressiva marginalizzazione dell’umano. Nella società umanocentrica, la sua importanza appare sempre più ridotta, fino al rischio di una completa marginalizzazione nei luoghi della produzione industriale massiva, nei servizi standardizzati e nelle professioni standardizzate. L’uomo, che per secoli è stato misura, presenza, forza, intelligenza e responsabilità del processo produttivo, viene progressivamente spinto verso una funzione residuale.
La seconda condizione riguarda invece la possibilità rigenerativa della tecnologia. Se estesa orizzontalmente e capillarmente, la tecnologia può consentire un miglioramento definitivo del rapporto tra il vivente umano e la casa naturale. Può accrescere la capacità umana di convivere, conoscere e abitare il pianeta in sincronia e pace, non come forza di dominio, ma come strumento di riequilibrio.
La strada è sconnessa e in salita, ma certamente possibile. Nel protocollo Ecoresylia–Earth Europe abbiamo stabilito passaggi, condizioni e indirizzi capaci di accompagnare questa trasformazione.
Uno dei punti essenziali per migliorare la condizione del vivente umano è la riduzione delle diseguaglianze. Ma tale riduzione non può essere affidata alla sola crescita, se questa rimane verticale, concentrata e selettiva. Essa può realizzarsi soltanto attraverso una vera orizzontalità del benessere: una distribuzione più ampia, territoriale e accessibile delle possibilità, delle risorse, delle conoscenze e della dignità.
Senza voler svelare molto del nostro piano, basti semplicemente osservare come la tecnologia intelligente avanzata sia democratica nella sua vocazione originaria: consente accesso, conoscenza, istruzione e servizi anche dove, prima, la distanza produceva esclusione.
Una delle condizioni più rilevanti del XVIII, XIX e XX secolo è proprio il fatto che la concentrazione delle persone vicino alle città sia stata una condizione obbligata. Le persone sono state indotte alla contiguità urbana in ragione della necessità di avere lavoro, istruzione e servizi, che tipicamente sono erogati nella città anche a seguito dell’abbandono della ruralità.
Questa dinamica è evidente anche in contesti contemporanei. In Sud Africa, ad esempio, una periferia di Città del Capo è passata in dieci anni da circa 400.000 a 2,4 milioni di abitanti, concentrati in condizioni di baraccopoli, mostrando come la vicinanza alla città possa diventare necessità di sopravvivenza, accesso e possibilità2.
Ma cosa accadrebbe se questa necessità fosse superata dal corretto impiego della tecnologia? Ne parliamo ampiamente e dettagliatamente nel nostro protocollo Ecoresylia–Earth Europe.
In conclusione, sì, pensiamo che la Tecnologia Avanzata Intelligente sia una condizione migliorativa per l’uomo, purché non venga tradita nella sua vocazione originaria: orizzontale, capillare, accessibile e democratica.
La tecnologia non decide, non governa, non stabilisce da sola il destino dell’umano. A decidere è il governo della città verticale, che può predisporre i propri sistemi affinché la tecnologia diventi sostitutiva. Quando ciò accade, l’uomo non viene semplicemente spostato: viene reso non necessario. Ed è proprio in questa soglia che la sostituzione diventa irreversibile, perché il processo, una volta riorganizzato senza l’umano, tende a non prevederne più il ritorno.
4. “Carpe diem” è la frase più famosa connessa al tempo. Orazio (65–8 a.C.) per primo stabilisce il tempo come “valore” per la sua finitezza e, poco dopo, questo valore è ripreso e sostenuto da Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), che ne riconosce il valore inestimabile in quanto non risarcibile né restituibile3. Il tempo per il vivente umano è finito e proprio nella sua finitezza risiede il valore assoluto.
C’è da chiedersi cosa sia sfuggito all’umano vivente moderno del concetto di “valore inestimabile”. Pensando positivamente, credo che non sfugga a nessuno il fatto che il tempo abbia un valore. Il problema risiede nella struttura delle città verticali, che hanno schedulato il tempo trasformandolo da valore in valuta. Ed è così che tutto è cambiato. Se il tempo è valuta, il suo impiego diventa ricavo e, dal ricavo, deve concretizzarsi un profitto. Questo profitto è diventato l’elemento valutativo del sistema economico globale, quantomeno in Occidente. Il sistema è diventato così pragmatico, e la società verticale ne è talmente imbevuta, da aver coniato una delle frasi più deboli e misere che una civiltà potesse assumere come massima: “il tempo è denaro”. Quale significato può avere, se non “il tempo dell’uomo produce denaro”? Il tutto con buona pace del valore senechiano.
E qui inizia il prologo della nostra risposta. Che non può essere semplicemente: no, il tempo non è più valore. Il punto è che non basta dire che la verticalità ha stabilito che il tempo è valuta per capire che questo fulcro sociale determina qualcosa di molto più complesso. Se il tempo è valuta significa, ad esempio, che una qualunque società che ricava 1.000.000.000 di euro l’anno ha, mediamente, ricavi per 2.739.726,03 euro al giorno e, di certo, diventa progressivamente secondario come si producano questi ricavi, visto che si deve sempre rispondere al sistema verticale — proprietario, societario, bancario, amministrativo, burocratico — che, nelle condizioni più acute e, dal nostro punto di vista, più gravi, si riunisce trimestralmente per verificare che ricavi e profitti siano coerenti con gli aumenti programmati.
Considerando che la richiesta di maggiori profitti è ciò che proprietari e azionisti pretendono dal sistema verticale, l’introduzione di tecnologie avanzate sostitutive diviene la strada maestra da perseguire. La dimensione sociale diventa irrilevante; tantomeno assumono rilievo gli effetti prodotti sulla comunità mentre, nella gestione sociale della città verticale, l’uomo marginalizzato dalla tecnologia inizia a vedersi sfuggire il valore dell’esistere — il tempo — abituato com’era al rapporto tempo-valuta. Frattanto, la diseguaglianza cresce nella stessa direzione dei profitti. Quindi, rispondendo definitivamente alla domanda centrale: il tempo non è più valore, ma misura di valuta.
Si può cambiare il paradigma? Certo! Niente è immutabile e sappiamo come fare per consentire alle persone di riconquistare il valore del loro tempo, il valore della comunità, dell’economia di prossimità e del Saper Fare. La conseguenza che prevediamo si realizzi è una sostanziale diminuzione delle diseguaglianze, come diretta conseguenza dell’orizzontalità.
5. Il modello produttivo che prende forma nel XVIII secolo e prosegue nei secoli successivi può essere letto come una struttura verticale: estrazione, lavorazione, commercializzazione, consumo, scarto. Osservato in superficie, questo processo potrebbe apparire come una semplice sequenza economica, quasi neutra, persino ordinata. Ma non lo è. In quella sequenza, due parole rivelano più delle altre la sua vera natura: “estrazione” e “scarto”.
Esse raccontano la pressione esercitata dall’umano sulla materia viva del pianeta. Dal XVIII secolo la Terra ha perduto circa 1/4 della propria estensione boschiva; quasi 5 miliardi di tonnellate di plastica si sono accumulate tra discariche e ambiente; dall’inizio dell’era industriale sono state immesse in atmosfera circa 2.730 miliardi di tonnellate di CO₂; l’edificazione delle città verticali, delle infrastrutture civili e industriali e dei nuovi insediamenti urbani ha comportato l’impiego di circa 549 miliardi di tonnellate di calcestruzzo. Dagli anni Cinquanta, inoltre, oltre il 50% della copertura corallina del pianeta risulta compromessa.
L’esito di questa progressione è semplice, e per noi decisivo: l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui l’umanità supera la capacità annua di rigenerazione naturale della Terra, cade, nel 2026, il 30 luglio, con un deficit ecologico di circa cinque mesi; nel 1972, invece, cadeva ancora il 31 dicembre. Questo significa che la natura continua a rigenerarsi, ma non più secondo il tempo che l’umano le sottrae: il consumo umano supera ormai la sua capacità annua di ricomposizione.
Da qui nasce una valutazione essenziale: l’ingerenza dell’homo sapiens sulla natura non va misurata solo nella sua durata, ma nella sua intensità. Se un miliardo di anni fosse un metro, la vita del pianeta misurerebbe 4,357 metri; l’homo sapiens, con circa 300.000 anni di evoluzione, occuperebbe appena gli ultimi 0,3 millimetri. Eppure, il danno più profondo, quello che oggi vediamo con maggiore chiarezza, appartiene soprattutto agli ultimi 250 anni. Ebbene, parafrasando Pierre Charbonnier4, ci chiediamo quando inizieremo a vivere nella natura e non della natura, così da riconoscere il rispetto e la gentilezza dovuti alla nostra casa naturale?
Ed è per questo motivo che sosteniamo con fermezza che no, di certo non siamo stati e non siamo Buoni Antenati. Possiamo e dobbiamo fare molto di più, cercando di fermare, se non invertire, questa autodistruzione di massa e, per farlo, riteniamo si debbano conoscere cause e motivi prima di ogni altra condizione.
1. Cfr. Jonas Salk, cui è attribuita la domanda “Are we being good ancestors?”, e Roman Krznaric, The Good Ancestor. How to Think Long Term in a Short-Term World, Penguin Random House, 2020; trad. it. Come essere un buon antenato. Un antidoto al pensiero a breve termine, Edizioni Ambiente, 2023.
2. Cfr. Friederike Otto, Ingiustizia climatica. Perché combattere le diseguaglianze può salvare il pianeta, Einaudi, 2025, p. 126.
3. Cfr. Seneca, De brevitate vitae.
4. Cfr. Pierre Charbonnier, Abondance et liberté. Une histoire environnementale des idées politiques, La Découverte, 2020.
Per etica identitaria si intende la responsabilità morale di non separare ciò che siamo da ciò che facciamo. È il principio secondo cui identità, territorio, memoria, qualità e Saper Fare non possono essere dichiarati come valori e poi abbandonati nelle pratiche economiche, sociali e produttive. (ecosistema estetico)
In questa prospettiva, l’identità non è ornamento estetico, ma ecosistema vivente: relazione tra luoghi, persone, opere, responsabilità e continuità.
6. Il primo tradimento etico-identitario è arrivato dai governi, immediatamente seguiti — e oggi, in larga parte, guidati — dalle organizzazioni sovranazionali. Essi hanno perseguito la crescita costante e indomita come principio di governo delle società moderne1, adeguando poi ogni valutazione contemporanea al parametro del Prodotto Interno Lordo, o a parametri equipollenti adottati da altri Paesi.
La concentrazione umana nelle città verticali è stata completamente pervasa e costruita sul principio della valuta e non certo del valore. Sebbene nel fiume dell’ipocrisia contemporanea si continui a parlare di valori, localmente e globalmente si osservano le valute. Non si dice che un Paese è una potenza perché i suoi cittadini vivono bene; si dice che è una potenza perché il suo reddito nazionale, il suo Prodotto Interno Lordo, la sua capacità produttiva, la sua moneta e la sua forza economica pesano sugli equilibri del mondo. Da questa sostituzione del valore con la valuta nasce il parametro che noi definiamo PEI: Pragmatismo Economico Indifferente.
È pragmatica l’adozione di parametri, modelli e algoritmi di misurazione valutaria dell’individuo e della società a cui appartiene; è economica questa valutazione, perché rifugge ogni altro parametro; ed è indifferente al fatto che tale valutazione sia disconnessa dai valori di qualità, tradizione, originalità, specializzazione o esperienza che sono, per noi, valori identitari. Queste caratteristiche, pur costituendo il fondamento reale del valore, restano endogene alla valutazione quindi, irrilevanti nella classificazione economica dell’umano e della società.
Il PEI non misura ciò che una comunità è, ma soltanto ciò che una comunità rende. Non riconosce la profondità di un territorio, la qualità di una produzione, la memoria di una bottega, la fedeltà di un mestiere o la continuità di una tradizione: li considera solo se diventano dato economico, flusso misurabile, capacità di spesa o rendimento. È qui che il valore viene espulso dalla valutazione.
7. Ed è da questo primo tradimento che evidenziamo la successiva trasformazione del vivente umano, di cui parleremo. Ed è sempre da questo primo tradimento che la parabola discendente delle società occidentali, della condizione in cui versano i cittadini di queste nazioni e del conseguente fallimento di questo misuratore non solo non stupisce, ma appare logica. Un misuratore che, al pari di un “Leviatano”2, ha assunto la forma di un sistema assorbente ed esclusivo, al di fuori del quale non sembra più possibile stare, cancellando ogni pur flebile umanità sociale, la quale, oggettivamente, non è più parte del sistema.
Un sistema che, complice la retorica estetica, è costruito per perseguire, in ogni suo ambito, il consumo, la spesa, l’indebitamento. Ed è così, semplicemente, che il vivente umano diviene “terminale di consumo”.
Il secondo tradimento etico-identitario appartiene al “cittadino”. Egli aderisce acriticamente a ogni dogma del PEI (Pragmatismo Economico Indifferente), ingurgita ogni modello propinato dal sistema e finisce per partecipare alla propria dismissione identitaria, trasformandosi da soggetto storico e culturale in terminale docile del consumo. In lui la scelta perde radice, il gusto perde memoria, l’abitudine sostituisce la relazione. Ciò che è autoctono viene rimosso in favore delle catene sovranazionali; ciò che appartiene al tempo, alla prossimità e alla cultura viene sostituito da prodotti a lunga conservazione. La città, i sobborghi e la ruralità scorrono davanti ai suoi occhi come immagini viste da un treno in movimento: presenti per un istante, già lontane nell’istante successivo. Nulla resta davvero, perché ogni cosa viene consumata prima ancora di diventare esperienza.
Ed è qui che i produttori raggiungono il terminale di consumo. Lo fanno attraverso proposte multiple, sconti continui, promesse di elevazione personale sostenute dal prodotto e, soprattutto, attraverso la sensazione che il consumo sia diventato un atto sociale, condiviso, quasi comunitario. Consumare non significa più soltanto acquistare: significa partecipare, essere presenti, mostrarsi, aderire a una comunità digitale che, nel frattempo, ha progressivamente sostituito ogni comunità fisica. Nascono così, a supporto dei consumi, gli “influencer” e i “follower”, che insieme costituiscono i nuovi parametri valutativi dell’appartenenza, della desiderabilità e del riconoscimento. È attraverso il digitale che esplode il commercio sovranazionale, mentre la conflittualità economica diventa il criterio ordinatore di ogni proposta. Tutto diviene valuta e, progressivamente, scompare il valore. Ricordate il tempo?
È esattamente in queste dinamiche che rileviamo la correità. Si dimentica l’economia di prossimità, si scorda il territorio, non si considera l’ambiente, si perde il valore e tutto viene ricondotto all’algoritmo. È possibile che tali comportamenti non appartengano a una piena consapevolezza individuale; è probabile che i loro effetti non siano immediatamente chiari a chi li produce o li alimenta. Ma l’inconsapevolezza non cancella la gravità. Sono scelte cariche di conseguenze, anche quando chi le compie non ne misura la portata.
Il terzo tradimento, ma non per questo meno grave, lo imputiamo a imprese e professionisti incapaci di coesione, di visione comune e di riconoscimento reciproco. Il loro frazionamento, la loro solitudine competitiva e la loro incapacità di costruire un obiettivo territoriale condiviso non possono che facilitare l’avanzata dei grandi player sovranazionali. E, come vedremo, in questa lista non possiamo escludere i grandi distributori locali, qualunque sia la loro insegna. Essi hanno progressivamente fagocitato la distribuzione di dettaglio, autoctona, esperta e di prossimità, sostituendola con grandi cattedrali del consumo dedicate agli alimenti, all’abbigliamento, ai servizi, alle assicurazioni e, più in generale, a tutto ciò che può essere trasformato in proposta commerciale. Ogni cosa diventa offerta, ogni bisogno viene ricondotto a scaffale, ogni relazione viene assorbita dalla logica distributiva.
È qui che si manifesta una forma evidente di concorrenza sleale, almeno sul piano etico, identitario ed economico. Il soggetto che controlla lo scaffale, la visibilità, il prezzo, la promozione e il rapporto quotidiano con il consumatore diventa anche concorrente diretto dei produttori che quello stesso scaffale dovrebbero raggiungere. Biscotti, latte, pasta, detersivi, alimenti, prodotti per la casa: ogni categoria viene progressivamente occupata dal marchio del distributore. L’impresa autoctona non compete più soltanto con altre imprese, ma con chi governa l’accesso al mercato.
In questo scenario, la miopia dell’impresa di prossimità diventa evidente. Essa accetta spesso il vantaggio immediato, la fornitura concessa, la presenza temporanea, il piccolo marshmallow offerto dalla distribuzione fallace, senza comprendere che, attraverso l’economia di prossimità, potrebbe contribuire alla nascita di uno splendido e florido bosco. Un bosco fatto di comunità, fiducia, riconoscimento, continuità, valore condiviso e presenza territoriale.
Il riferimento naturale dell’impresa autoctona non dovrebbe essere la grande distribuzione, ma la comunità che la riconosce, la sostiene e ne custodisce il senso. Perché quando l’impresa rinuncia alla propria comunità, perde progressivamente il proprio nome, la propria voce e la propria identità. Il prodotto può anche restare, ma scompare chi lo ha pensato, costruito, migliorato e radicato in un territorio.
Noi di PromoDexx ci siamo preoccupati esattamente di questo: ricostruire ciò che il frazionamento ha indebolito. Abbiamo preparato un percorso di crescita, adesione e sviluppo dell’economia di prossimità, capace di riannodare il rapporto tra comunità, imprese e professionisti. Perché nessuna impresa autoctona può difendere davvero la propria identità se resta sola, e nessuna comunità può custodire il proprio valore se smette di riconoscere chi lo produce, lo esercita e lo mantiene vivo.
1. Cfr. Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776; trad. it. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, comunemente citato come La ricchezza delle nazioni.
2. Cfr. Thomas Hobbes, Leviathan, or The Matter, Forme and Power of a Common-Wealth Ecclesiasticall and Civill, 1651; trad. it. Leviatano, ovvero la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile, comunemente citato come Il Leviatano.
È davvero possibile per il Cittadino del Novecento continuare la propria vita indisturbato? La continua estensione della diseguaglianza sociale quali pressioni ha prodotto e produrrà? Ci sarà ancora un’idea di equilibrio nella città verticale dopo l’avvento della Tecnologia Avanzata Sostitutiva (TAS)? Ci sarà lavoro per tutti? [nota: Daniel Susskind, un mondo senza lavoro]. Come sarà l’organizzazione sociale nella seconda metà del XXI secolo?
8. “Panta rhei” [nota: Eraclito di Efeso]. E così tutto scorre per il Cittadino che continua nella propria vita schedulata, come se nulla di ciò che accade potesse davvero toccarlo sino a quando non accade direttamente a lui.
Nei luoghi più impensati, le persone parlano di intelligenza artificiale come fosse poco più di un gioco, una funzione curiosa, un’estensione divertente dei propri dispositivi. Parlano del lavoro che, in prospettiva, si perderà, ma quasi sempre come se quel lavoro fosse il lavoro di qualcun altro, perché il proprio appare ancora, ai loro occhi, necessario, stabile, insostituibile. Parlano del cambiamento climatico come di una forzatura, di una narrazione costruita per imporre nuovi consumi, nuove automobili, nuove tecnologie, dimenticando che ogni trasformazione degli equilibri naturali non presenta mai il conto nel momento in cui viene negata, ma nel tempo in cui diventa irreversibile.
Panta rhei. Tutto scorre. E mentre tutto scorre, il Cittadino continua a misurare il presente attraverso la comodità dell’abitudine. La tecnologia viene accolta soprattutto come funzionalità, intrattenimento, semplificazione quotidiana, miglioramento dei propri dispositivi, perfezionamento dei propri selfie, ampliamento della propria piccola scena digitale. Quasi mai viene osservata come forza strutturale di sostituzione, capace di modificare il lavoro, la relazione, la produzione, la conoscenza e la stessa percezione dell’umano.
Il problema non è che il Cittadino non veda. Il problema è che vede senza sentire. Commenta senza assumere. Osserva senza reagire. E così, dentro il tempo artificiale della città verticale, ogni mutamento viene assorbito dalla normalità quotidiana, sino a diventare rumore di fondo.
Panta rhei. Tutto scorre, dunque, non come movimento vitale, ma come assuefazione. E i Cittadini, ancora una volta, rischiano di reagire solo davanti ad eventi decisi da qualcun altro, quando la trasformazione sarà già avvenuta, quando il margine di scelta sarà già ridotto, quando ciò che poteva essere governato sarà diventato soltanto conseguenza.
9. E mentre tutto scorre, ciò che si registra continuamente, senza soluzione di continuità, è che la diseguaglianza sociale continua ad espandersi. Per molti osservatori la globalizzazione sta mostrando le proprie criticità [nota: Rana Foroohar, la globalizzazione è finita], ma ciò non modifica l’effetto che la globalizzazione stessa ha prodotto e continua a produrre: l’aumento della diseguaglianza sociale, ormai evidente anche nei dati ufficiali mondiali. Eppure, anche in questo caso, panta rhei. Tutto scorre perché, fino a quando il popolo rimane in una condizione non troppo distante dall’antico “panem et circenses” [nota: Giovenale], cioè nella disponibilità di ciò che basta per liberarsi, per frazioni di tempo, dalla schedulazione quotidiana e dal tempo artificiale, la diseguaglianza non viene percepita come una frattura. Rimane un dato, una percentuale, una distanza numerica.
In altre parole, sembra non interessare realmente quale sia il patrimonio dei primi dieci o quale sia la condizione dell’ultimo milione, perché, comunque, panta rhei.
Ciò che non si considera è un fatto oggettivo: la concentrazione economica è figlia della concentrazione commerciale, dell’indirizzo verso queste concentrazioni commerciali dei patrimoni personali e della progressiva cessione di controllo sulle infrastrutture decisive del vivere contemporaneo. La questione, quindi, non è soltanto commerciale. È economica, sociale, territoriale, politica e strategica. Ogni acquisto, ogni abbonamento, ogni trasferimento di dati, ogni scelta apparentemente individuale concorre a orientare valore, ricchezza, lavoro e controllo. Se questo flusso viene costantemente indirizzato verso grandi concentrazioni esterne ai territori, la comunità locale si impoverisce non solo in termini monetari, ma anche in termini di autonomia, riconoscibilità, capacità produttiva, continuità decisionale e futuro. Quando uno Stato affida parti essenziali della propria vita digitale a soggetti esterni, non compie soltanto una scelta tecnica.
Produce dipendenza tecnologica, trasferisce controllo, espone la propria comunità ad una vulnerabilità strategica che, forse, non si manifesta nell’immediato, ma diventa decisiva nel tempo della crisi. È in quel momento che ciò che appariva efficiente rivela il proprio costo nascosto; ciò che appariva conveniente mostra la propria dipendenza; ciò che appariva neutrale diventa questione di autonomia collettiva.
Si è determinata così una evidente dicotomia. Da un lato si sostiene la fine della globalizzazione o, quantomeno, la crisi dell’iperglobalizzazione, come rilevato da Foroohar [nota: anche Nouriel Roubini, La grande catastrofe]; dall’altro, le percentuali della diseguaglianza continuano ad accentuarsi progressivamente, confutando l’assunto secondo cui la concentrazione, che riteniamo figlia della globalizzazione, sarebbe realmente terminata. Non può dunque sfuggire, in qualunque modo la si pensi, che la concentrazione verticale abbia accentuato la distanza tra vertice e base. Questo è, a nostro avviso, un vulnus. Una frattura che può essere superata. Una ferita che è possibile guarire restituendo alla territorialità e all’umano la loro originaria orizzontalità.
Sappiamo come fare ed è importante aggregare le forze per farlo.
10. La diseguaglianza è una condizione concreta, attuale, reale. Tuttavia, non è semplicemente una questione finanziaria o economica: è anche una questione sociale, una forma progressiva di marginalizzazione dell’umano urbano.
Ciò che si associa alla diseguaglianza è, quasi contestualmente, l’aumento della tecnologia sostitutiva e, successivamente, della Tecnologia Avanzata Sostitutiva. Gli esempi sono molteplici: la gestione del personale nelle imprese, la distribuzione dei carburanti, la distribuzione del denaro, la logistica e, progressivamente, la sparizione di intere filiere operative. A ciò si aggiunge la delocalizzazione che, pur essendo fenomeno diverso dalla sostituzione tecnologica, produce effetti convergenti. La tecnologia sostitutiva svuota il lavoro dall’interno; la delocalizzazione lo sposta altrove. Entrambe concorrono alla centralità dei poteri economici e finanziari, sottraendo funzione, presenza e riconoscimento al Cittadino-lavoratore.
Ora, come è possibile non interrogarsi sulla correlazione tra attività produttive, tecnologia, centralità verticale e comunità connessa? È sufficiente osservare queste condizioni per comprendere che tutto è legato. La città verticale non produce soltanto concentrazione economica: produce anche dipendenza, distanza, marginalizzazione e progressiva perdita di funzione sociale. Da qui nasce la domanda conseguente: la Tecnologia Avanzata Sostitutiva concorrerà all’ulteriore disgregazione delle comunità marginalizzate? Provocherà nuove forme di esclusione per inutilità sociale ed economica del Cittadino-lavoratore dentro i parametri della città verticale? Riteniamo che questa condizione non sia soltanto possibile, ma altamente probabile. Essa potrà determinare un ulteriore aumento del disequilibrio sociale, generando non solo tensioni, ma anche degrado, impoverimento delle comunità e crescente necessità di sostegno da parte degli Stati centrali, come già accaduto in diverse comunità americane.
Siamo tuttavia persuasi che queste condizioni possano trovare soluzioni attenuanti se non alternative al modello che ha fallito. Ne abbiamo una visione chiara e possibile: ricostruire prossimità, funzione sociale, lavoro riconoscibile e comunità non ridotte a semplici terminali di consumo.
11. Nella paralisi dei modelli delle città verticali, nella loro evoluzione e nella sempre più pressante marginalizzazione dell’umano urbano prodotta dalla Tecnologia Avanzata Sostitutiva, ciò che appare probabile è che il lavoro, così come conosciuto sino ad ora, non possa che ridursi in modo verticale. Questa riduzione non riguarderà soltanto la classe del terzo anello, cioè quella parte di Cittadini già esposta alla fragilità economica, alla precarietà, alla distanza dai centri decisionali e alla progressiva perdita di funzione sociale. Contrariamente a quanto spesso si ritiene, ne verrà pesantemente influenzato anche il secondo anello, cioè quella che viene comunemente definita middle class. Proprio questa classe, che per lungo tempo ha immaginato sé stessa come stabile, protetta e necessaria, potrà trovarsi progressivamente esposta alla sostituzione di funzioni amministrative, organizzative, gestionali, professionali e decisionali standardizzabili.
Non vi è, in questa analisi, il minimo pregiudizio, né tantomeno uno stupido allarmismo. Ciò che deve risultare chiaro è che siamo perfettamente allineati con le puntuali e analitiche descrizioni di Mustafa Suleyman e di Daniel Susskind, i quali, senza lasciare spazio a interpretazioni rassicuranti, mostrano come non vi sia nulla di certo sulla dimensione e profondità che potrà avere in futuro la Tecnologia Avanzata Sostitutiva e qui, è utile specificare cosa intendiamo per avere così chiaro quello che è l’impatto. Per TAS intendiamo a titolo esemplificativo e senza la pretesa di esaustività la Intelligenza Artificiale profonda, la Intelligenza Artificiale Generativa (AGI), la guida autonoma, la robotica che include gli androidi, le nanotecnologie, le stampanti 3D e tutta la tecnologia conferente quando non anche particolari branche della tecnologia come la “Singolarità” [nota: Ray Kurzweil, la Singolarità è più vicina]. Ciò che appare certo, invece, è che essa avrà una pesante influenza sulle società.
Non sappiamo quale sarà il peso definitivo di questa influenza. Non sappiamo quanto lavoro sarà sostituito, trasformato, ridotto o reso marginale. E questo è il punto decisivo: nessuno, oggi, può prevedere integralmente quale sarà lo sviluppo della TAS, quale velocità assumerà, quali funzioni coinvolgerà e quali conseguenze produrrà nell’organizzazione sociale della seconda metà del XXI secolo. L’incertezza, tuttavia, non autorizza l’attesa. Al contrario, impone preparazione. Ed è quindi una conseguenza logica pensare che, allo stato attuale e seguendo la logica delle città verticali, non ci sarà lavoro per tutti.
Ed a conclusione si potrebbe cadere nello sconforto, se non fosse che noi pensiamo una cosa diversa. Non ci sarà lavoro per tutti nelle città verticali, ma è certamente possibile costruire nuove funzioni, nuove economie, nuove appartenenze e comunità resylienti, forti e riconoscibili. Sono le comunità delle Terre di Ecoresylia–Earth Europe, costruite sulla base degli sviluppi di PromoDexx Identity: comunità capaci di restituire centralità alla prossimità, al Saper Fare, alla funzione sociale dell’umano e alla possibilità di non essere semplicemente sostituiti, ma nuovamente riconosciuti.
12. Quindi una società che si concentra dentro e attorno alle città verticali, ma che per condizioni esogene subisce e subirà profonde modificazioni, pone una domanda inevitabile: tali modificazioni comporteranno anche trasformazioni strutturali? Noi pensiamo di sì.
La città verticale, osservata nella sua natura più profonda, non è soltanto un insieme di edifici, infrastrutture, strade, uffici, quartieri e servizi. È un organismo vivo, storicamente “umanocentrico”, che per lungo tempo ha funzionato grazie alla circolazione continua dell’umano. La sua linfa non è mai stata soltanto economica. La sua linfa era il lavoro, la presenza, il movimento, la competenza, la fatica, la relazione, il bisogno, la prossimità, la funzione sociale degli individui dentro l’organismo urbano. Quando questa linfa viene sottratta, la città non crolla immediatamente. Decade. Prima rallenta, poi perde funzione, poi si svuota, poi si desertifica. È già accaduto nei sedimi industriali abbandonati, nelle fabbriche dismesse, nei capannoni privati del lavoro e della presenza umana. Luoghi un tempo attraversati da rumore, turni, corpi, competenze, scambio e necessità sono diventati strutture vuote, decrepite, destinate alla rovina.
Dove la linfa umana ha smesso di circolare, la materia è rimasta, ma la vita si è ritirata.
Questa desertificazione non riguarda soltanto il passato industriale. Potrebbe riguardare anche i quartieri dormitorio delle città verticali, nati per contenere masse umane funzionali al lavoro, alla produzione, agli uffici, ai servizi, alla logistica e alla mobilità quotidiana. Quando la Tecnologia Avanzata Sostitutiva ridurrà progressivamente la necessità della presenza umana nei processi produttivi, amministrativi e relazionali, anche quei quartieri perderanno la propria ragione storica. Non verranno forse abbandonati in un solo momento, ma potranno svuotarsi lentamente, perdere presidio, perdere manutenzione, perdere scopo. Come organi periferici non più irrorati, entreranno prima in sofferenza e poi in atrofia urbana. Una desertificazione plausibile, dunque, perché viene meno il rapporto sinallagmatico tra Cittadino e città verticale.
Il primo ha accettato per lungo tempo la schedulazione della propria vita, dei propri orari, dei propri spostamenti, del proprio tempo e della propria funzione sociale perché la seconda garantiva reddito, sicurezza economica, continuità lavorativa e appartenenza al sistema urbano. Ma se quella garanzia viene meno, se la città verticale non assicura più al Cittadino una funzione riconoscibile dentro il proprio organismo, allora è ovvio che venga meno anche la presenza del primo. Non immediatamente, non ovunque, non in modo “uniforme” ma, progressivamente, come accade a ogni organismo che smette di nutrire le parti che pretende ancora di trattenere.
È dentro questa prospettiva che deve essere letta la cosiddetta “naturalizzazione cementizia” della città verticale. Terrazze verdi, piccoli giardini, piante ornamentali, superfici vegetali, piste ciclabili e frammenti di natura amministrata vengono inseriti dentro organismi urbani che restano, nella loro struttura profonda, cementizi, densificati, artificiali, verticali e funzionali al medesimo modello che li ha generati.
Non basta introdurre verde nel cemento per ri-generare la natura. Non basta appendere giardini a edifici di pregio per parlare di biodiversità urbana. Non basta tracciare piste ciclabili accanto alle automobili per dichiarare trasformata la mobilità. Non basta concentrare servizi entro quindici minuti per superare la città verticale. Queste condizioni possono correggere l’immagine dell’esistente, ma non dimostrano di modificarne la struttura. Parigi, con l’applicazione della “città dei quindici minuti” ideata a Carlos Moreno [nota: Carlos Moreno, la città dei quindici minuti], rappresenta uno degli esempi più noti di questa logica: adattare la città affinché l’umano trovi entro un raggio temporale contenuto ciò che serve alla vita quotidiana. Ma comprimere i bisogni dentro una distanza amministrata non significa restituire linfa all’organismo urbano. Significa organizzarne la permanenza dentro la stessa struttura. Milano offre altri esempi evidenti.
I cosiddetti giardini verticali, presentati come rigenerazione ambientale e persino come ricostruzione della biodiversità urbana, non cambiano la biodiversità strutturale di una metropoli. Dentro una città costruita con milioni di tonnellate di cemento, un edificio con vegetazione appesa non restituisce suolo vivo, non ricostruisce continuità ecologiche, non rovescia la cementificazione, non rende accessibile l’abitare e non trasforma il metabolismo urbano. Se il verde diventa valore immobiliare, non siamo davanti alla ri-generazione della natura, ma alla sua incorporazione dentro la rendita. Lo stesso vale per le piste ciclabili collocate dentro assi urbani ancora dominati dal traffico, dalle code, dall’asfalto e da condizioni tutt’altro che favorevoli alla respirazione sana. Corso Buenos Aires, a Milano, ne è un esempio concreto. Non è la bicicletta a essere messa in discussione.
È l’ipocrisia di una città che inserisce una corsia ciclabile dentro un organismo ancora automobilistico e poi pretende di raccontare quella soluzione come trasformazione. Una ciclabile può essere utile, necessaria e frequentata; ma se resta immersa nella stessa pressione urbana che dovrebbe superare, non rigenera la città verticale. La accompagna.
A nostro avviso, quando queste soluzioni non restituiscono linfa umana, aria respirabile, suolo vivo, accessibilità sociale, biodiversità reale, prossimità viva e funzione umana, devono essere nominate per ciò che sono: non trasformazione strutturale, ma decorazione ecologica della città verticale; non ri-generazione, ma ipocrisia urbana.
13. L’Homo sapiens, il vivente umano, ha circa 300.000 anni di storia sul pianeta e, per almeno 299.750 anni, è stato parte della natura senza alterarne in modo irreversibile gli equilibri complessivi. La Terra, con la sua forza rigenerativa, ha saputo accoglierne la presenza, assorbirne il passaggio, ricomporre le tracce della sua esistenza. Poi è intervenuta l’accelerazione. L’uomo è stato progressivamente sottratto alla propria misura e funzione naturale come vivente e sottoposto a un cambiamento antropologico profondo, mutando da vivente umano a vivente consumatore; non è un caso il fatto che i cittadini siano individuati come “consumatori” nel lessico giuridico. Dall’altra parte, l’umano vivente è considerato come “forza lavoro” indistinta, classe, massificazione valutata per ciò che produce. Da qui cambia anche il tempo. Il tempo, sino ad allora valore, esperienza, attesa, stagione, relazione, durata, diviene progressivamente valuta. E quando il tempo diventa valuta, tutto ciò che esiste viene misurato secondo la sua utilità produttiva.
È in questa trasformazione, già dalla metà del XVIII secolo, che le strutture e le sovrastrutture della modernità iniziano a comporsi in funzione della produzione. Le persone lasciano il mondo orizzontale della ruralità e vengono concentrate nel mondo verticale dell’industria. Nasce l’ammasso umano produttivo. Nasce la città funzionale al lavoro. Nascono le infrastrutture funzionali alla velocità. Nasce quella che oggi chiamiamo era industriale, ma che potremmo anche chiamare l’inizio della subordinazione sistematica dell’uomo e dei luoghi alla produzione.
Le strade, le ferrovie, i ponti, le fabbriche, i quartieri, le periferie, le città, le amministrazioni, le leggi, le decisioni pubbliche: tutto viene piegato alla logica del “tempo-valuta”. Dove le strutture non esistono, si costruiscono. Dove il paesaggio ostacola, si taglia. Dove la natura rallenta, si cementifica. Dove un luogo custodisce memoria, bellezza, identità, armonia, lo si considera comunque disponibile, purché la percorrenza si riduca, il tragitto si accorci, la produzione corra. È questa miseria concettuale che consente a un’amministrazione, come a mille altre, di cambiare un’intera pedemontana in nome della diminuzione del tempo di percorrenza. Non importa se per risparmiare qualche minuto servono tonnellate di cemento. Non importa se viene tolto il paesaggio. Non importa se la ferita non si rimarginerà più. Vivere feriti è ritenuto normale perché domina l’interesse del tempo-valuta rispetto a ogni altro valore umano, naturale e del territorio.
E questa normalità è ancora più miserabile se si pensa che quelle colline venete che Goethe vide e descrisse nel suo Viaggio in Italia — tra vigne, ville, castelli, pianure e rilievi che custodivano l’armonia dei luoghi — non erano una superficie disponibile alla deturpazione, ma un paesaggio già entrato nella memoria culturale europea.1
Residua allora una sola domanda, ed è la domanda che precede ogni alibi tecnico, amministrativo, economico o politico, ed è la domanda a cui non si riesce a dare risposta: “chi ha dato all’Homo sapiens il diritto di cambiare l’ambiente che gli è stato consegnato e del quale avrebbe dovuto essere semplicemente custode?”
Ed è questo il punto centrale della questione: “possono le leggi dell’uomo arrogarsi il diritto di modificare irrimediabilmente beni naturali preesistenti? Può una decisione amministrativa trasformare in legittima una perdita irreversibile? Può il diritto positivo dell’uomo autorizzare la distruzione definitiva di ciò che non è stato creato dall’uomo?”
Noi pensiamo che quando l’uomo si darà le risposte a queste domande e ne farà tesoro cambiando ogni paradigma, avrà probabilmente la capacità di tornare a vivere la natura come ospite ben accetto.
14. “Ma finiamo per dimenticare che la posta in gioco non è la fine del pianeta, né quella dell’intera umanità. Il pianeta continuerà ad esistere. Cambierà aspetto e cambieranno aspetto molti dei suoi ecosistemi. Forse, un giorno, non sarà più dominato dai mammiferi e, probabilmente, sarà un mondo essenzialmente abitato da insetti.”2.
Il punto, dunque, non è salvare il pianeta come corpo celeste. La Terra non ha bisogno della nostra retorica salvifica. La Terra continuerà il proprio percorso anche senza di noi, o con una presenza umana profondamente ridotta, marginale, ferita, o più probabilmente estinta.
Ciò che è realmente in gioco è l’abitabilità del mondo per l’umano vivente e per moltissime altre forme del vivente naturale. È questo che l’uomo moderno fatica a comprendere: non è la natura a dipendere dall’uomo ma è l’uomo a dipendere dalla natura. Ed è qui che occorre ascoltare Elizabeth Kolbert, quando ci porta per mano nell’esplorazione della “sesta estinzione”3. Una sesta estinzione che, sebbene ancora prospettata nella sua forma compiuta, di certo non manca di sintomi iniziali, diffusi e importanti. Sintomi trasversali al pianeta, che non consentono più di pensare che vi siano luoghi davvero fortunati e luoghi soltanto sfortunati. La crisi del vivente non conosce confini amministrativi, non rispetta frontiere, non si ferma davanti alla presunzione politica, economica o geografica dell’umano. Ciò che emerge dalla narrazione della Kolbert è che gli umani tendono a pensare l’estinzione come qualcosa di esterno alla propria vita. Un evento remoto, esotico, periferico. Una perdita che riguarda specie lontane, luoghi lontani, nomi quasi sconosciuti. Chi si preoccupa davvero della rana dorata di Panama? Chi sente come propria la scomparsa di un anfibio, di un insetto, di un corallo, di una foresta, di un equilibrio che non porta il nostro nome?
Eppure, è proprio lì che si manifesta la nostra incomprensione. L’estinzione non è una scena laterale del mondo. È il segnale che la trama del vivente si sta lacerando. E quando una trama si lacera, nessun filo può dirsi davvero salvo. Latour, nel proprio “manifesto per una nuova ecologia”4, osserva che si parla fino alla nausea di “rivoluzione”, di “trasformazione radicale”, di “collasso”, ma che queste ansie non riescono a trasformarsi in un programma d’azione realmente mobilitante.
A nostro avviso, ciò accade anche perché tali paralisi è figlia del disinteresse profondo e del rapporto infantile, turistico e consumistico che gli umani hanno costruito nei confronti della natura: un rapporto molto simile a quello con il parco giochi. Ci si preoccupa — forse “preoccupa” è persino un termine eccessivo — della condizione naturale quando, d’inverno, la neve non compare e forse non possono funzionare nemmeno i cannoni, perché le temperature non sono abbastanza rigide; oppure quando, durante le escursioni o lo snorkeling, le barriere coralline appaiono sbiancate, come se fossero state calate in un’enorme lavatrice.
Ma poi, al ritorno, non resta che riprendere la mobilità fossile, rientrare nella normalità del consumo e ricominciare a marcare la nostra parte di impronta. È in questa contraddizione che diventa necessario osservare con attenzione il linguaggio. Ciò che lascia del tutto allibiti è l’uso ormai quasi automatico dell’espressione “salviamo la natura”. Basta guardarsi attorno per incontrarla ovunque: in documentari, mostre, libri per bambini, iniziative scolastiche, progetti di crowdfunding, dossier divulgativi, opere artistiche, campagne educative, piattaforme europee, organizzazioni ambientaliste. “Salviamo la natura”, “Save Nature Save Future”, “Save Nature Save Life”. E si potrebbe continuare. Cosa c’è, in tutto questo, che non condividiamo?
Semplicemente il fatto che è l’uomo a doversi salvare, non la natura. La natura proseguirà il proprio percorso e lo farà indipendentemente dall’uomo. Pensate con attenzione a ciò che stiamo dicendo: se domattina le alte cime delle Dolomiti o il ghiaccio dei poli non fossero più come li conosciamo, il pianeta cesserebbe forse di esistere? La Luna smetterebbe forse di essere un satellite della Terra? Certo che no. Il mondo continuerà il proprio corso. Questo basta.
Ed è qui il punto centrale. L’uomo confonde la propria sopravvivenza con la salvezza della natura, perché continua a pensarsi al centro di ogni destino. Ma la natura non è un oggetto da salvare dopo averlo consumato, né un patrimonio disponibile da amministrare secondo convenienza. La natura è la casa originaria del vivente. È ciò che precede l’uomo, lo contiene, lo nutre e, se necessario, può continuare senza di lui.
Per salvarsi, l’uomo ha un’unica strada: rispettare la casa naturale, essere gentili verso i viventi naturali e verso ciò che non gli appartiene per definizione, abbandonare la postura del proprietario e tornare alla misura del custode. E, da ultimo, ascoltare quella voce che gli urla nella mente: “smettila di essere egoista!”.
Questo Manifesto vuole unire chi è umile nel rapporto con la bellezza e con i tramonti; chi è abituato a raccogliere una carta se la vede per terra; chi non spezza rami; chi sente il profumo dell’acqua; chi non ha perduto la capacità di commuoversi davanti a un campo di lavanda o davanti al sole che scende all’orizzonte, raccontandoci, molto semplicemente, che un altro giorno del nostro esistere umano se ne è andato.
1. Cfr. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia.
2. Cfr. Friederike Otto, Ingiustizia climatica, p. 13.
3. Cfr. Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione, Premio Pulitzer.
4. Cfr. Bruno Latour e Nikolaj Schultz, Manifesto per una nuova ecologia. Facciamoci sentire!, p. 16.
